Home Page Forum Spazio libero CONDANNATI ALL’APOROFOBIA O…RISVEGLIARSI ALLA VITA?

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    Gianluca Piscitelli
    Amministratore del forum

    Sul perché dovremmo ringraziare i poveri ed essere finalmente risorsa per loro: una breve riflessione sul rogo del ‘Ponte di Ferro’ a Roma.

    A pensarci bene, neanche tanto scalpore destò tra i romani il rogo del Ponte di Ferro, in uno dei quartieri alla moda – o, come si usa dire in questi casi, cool – della Capitale, ad uno degli estremi della modaiola Via del Porto Fluviale tra condomini di lusso e locali, appunto, à la page. Non saremmo poi tanto distanti dalla realtà nell’affermare che il drammatico evento occorso, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre dello scorso anno sia stato liquidato, negli animi di una popolazione afflitta dall’indolenza a causa della secolare formazione di un ‘callo morale’, che sembra averla resa irrimediabilmente insensibile al malaffare, alla criminalità e alla corruzione (oltre ad un poco dignitoso sistema di vita, ancor di più oggi progressivamente in declino a causa di una pandemia che da fenomeno sanitario, biologico, si è tramutato in sistema ideologico), come certamente attinente al malcontento che molti provavano nei confronti della gestione dell’amministrazione capitolina dimissionaria. Si noti che proprio in quei giorni (precisamente il 3 e il 4 di ottobre), infatti, gli elettori sono stati chiamati ad esprimere le proprie scelte per la composizione della nuova compagine politico-amministrativa comunale.
    E non potevano certo mancare le sirene dell’intramontabile Dio del Sospetto, col loro controcanto dietrologico, pronte a rivelare le ragioni e gli oscuri disegni di una giunta, di una sindaca ormai al capolinea ma, comunque, desiderosi di contenere una molto probabile – e così davvero è stato – emorragia di consensi. Pertanto, eviteremo di indugiare nel vizio speculativo sugli intrighi di potere – insanamente sollecitando a fare la stessa cosa chi ci legge in questo momento – mentre tenteremo, piuttosto e nei limiti delle nostre competenze, a scuotere le coscienze dal torpore da soap opera a cui una certa strategia narrativa mediologica ci ha reso dipendenti. Diremo di più, ne abbiamo a noia; e poi gli inquirenti stanno facendo il loro lavoro, e consapevoli che il tempo perso non è una risorsa che si possa certo recuperare, ne attendiamo le conclusioni.
    C’è una chiave di lettura, allora, che ci sembra indispensabile per comprendere meglio quanto accaduto, per farlo emergere con vivezza sullo sfondo spazio-temporale che animiamo con le nostre esistenze, col nostro esserci (perché anche se non eravamo lì, a dormire su un giaciglio improvvisato sotto il ponte o ad appiccare il fuoco che oltre ad uccidere delle vite poteva essere la causa della sua devastazione, quell’accaduto ci riguarda in quanto contemporanei in uno sfondo comune e blindato nei confini propri dell’insuperabile ‘muro della realtà’). Insomma, che ci piaccia o meno, con quanto accaduto siamo costretti a farci conti. Ma in che modo? In che misura?
    La nostra chiave di lettura trae spunto da una delle ipotesi plausibili, relativamente al movente del delitto commesso, e cioè che l’origine del fuoco appiccato sia dolosa. Ora, a ameno che non si voglia supporre una sorta di rito di auto-immolazione, di sacrificio di sé da parte dei senzatetto che già da troppo tempo si erano affidati alla protezione offerta dal ponte, per il bivacco notturno (cosa che non farebbe altro che suscitare, ovviamente, ben più inquietanti interrogativi); c’è da immaginare che siano stati altri gli autori del riprovevole gesto e altri, quindi, i moventi. Resta il fatto che, al di la delle diverse ‘piste’ da seguire per gli investigatori, le vittime sono certe: i poveri, i reietti, i senzatetto. Vittime di un attentato, da intendersi come agito di qualche reo nello specifico o, indirettamente, come esito della nostra indifferenza verso chi è più debole e fragile.
    Ma perché essere indifferenti alla povertà, perché volgere il proprio sguardo altrove, o avercela contro chi ce la rappresenta?
    Forse, la risposta a questa domanda sta nella constatazione che la povertà è la ‘situazione-limite’ – una categoria così ben esplorata e definita da giganti del pensiero del calibro di Jaspers, Fayerabend o del nostrano Agamben – che mette a nudo ciò che è intollerabile della nostra esistenza ossia che essa, e il mondo stesso in cui viviamo, sono mutevoli e ‘in divenire’. Che non esistono certezze – neanche del nostro conquistato benessere – e che tutti siamo inevitabilmente e necessariamente destinati alla morte. Ecco allora che la povertà (che Gandhi definì come ‘la peggiore forma di violenza’), gli stessi poveri mettono paura ed è per questo che bisogna, quanto meno, distanziarsene per non esserne ‘contagiati’. Questa paura, acuita dalla crisi economico-sociale e dall’incremento delle fasce povere della popolazione, si nutre dell’avversione nei confronti degli indigenti e già da tempo una filosofa spagnola, Adela Cortina Orts, l’ha definita con il termine di ‘aporofobia’.
    L’aporofobia è, così, il campanello di allarme di una società spaventata i cui componenti (ognuno di noi), sono spinti a comportamenti egoistici: di indifferenza – quel ‘looking away’, quel volgere lo sguardo altrove, i cui effetti e le cui motivazioni il ricercatore e attivista indiano Harsh Mander ha ben illustrato in un magistrale libro del 2015, purtroppo non ancora tradotto in italiano – o di indicibile e inaccettabile violenza. Come, probabilmente, l’appiccare un fuoco per cacciare chi ci spaventa, chi ci rammenta il carattere ineluttabilmente tragico delle nostra esistenza.
    Così, nel volerci distanziare ad ogni costo e con ogni mezzo dalla povertà – come esperienza e esistenza – finiamo per impoverirci moralmente e spiritualmente, perdendo prima di tutto noi stessi nell’accettazione acritica di un’omologazione delle coscienze che attribuisce priorità e valore solo al benessere materiale, alla nuda vita spoglia di umanità e dei valori che la contraddistinguono; e al potere come capacità di assoggettamento e/o eliminazione dell’altro. Dovremmo, invece, abbracciare chi è povero, ringraziarlo, perché è lì a ricordarci che siamo tutti dei naufraghi e che, se ci teniamo tutti insieme per mano, la vita può essere più tollerabile e piacevole a dispetto della lotta e del dolore che non ci saranno mai risparmiati – quali che siano gli espedienti o le distrazioni che possiamo inventarci – a dispetto, altresì, della mancanza di senso, di verità, del continuo annientamento delle nostre certezze.

    Non si tratta qui di solidarietà pelosa, religiosità, o di trovare un espediente ideologico per spiegarsi la drammaticità della realtà sociale: ma di svegliarsi (o ri-svegliarsi) alla vita.

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