Home Page Forum Spazio libero CONDANNATI ALL’APOROFOBIA O…RISVEGLIARSI ALLA VITA?

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  • #1627
    Gianluca Piscitelli
    Amministratore del forum

    Sul perché dovremmo ringraziare i poveri ed essere finalmente risorsa per loro: una breve riflessione sul rogo del ‘Ponte di Ferro’ a Roma.

    A pensarci bene, neanche tanto scalpore destò tra i romani il rogo del Ponte di Ferro, in uno dei quartieri alla moda – o, come si usa dire in questi casi, cool – della Capitale, ad uno degli estremi della modaiola Via del Porto Fluviale tra condomini di lusso e locali, appunto, à la page. Non saremmo poi tanto distanti dalla realtà nell’affermare che il drammatico evento occorso, nella notte tra il 2 e il 3 ottobre dello scorso anno sia stato liquidato, negli animi di una popolazione afflitta dall’indolenza a causa della secolare formazione di un ‘callo morale’, che sembra averla resa irrimediabilmente insensibile al malaffare, alla criminalità e alla corruzione (oltre ad un poco dignitoso sistema di vita, ancor di più oggi progressivamente in declino a causa di una pandemia che da fenomeno sanitario, biologico, si è tramutato in sistema ideologico), come certamente attinente al malcontento che molti provavano nei confronti della gestione dell’amministrazione capitolina dimissionaria. Si noti che proprio in quei giorni (precisamente il 3 e il 4 di ottobre), infatti, gli elettori sono stati chiamati ad esprimere le proprie scelte per la composizione della nuova compagine politico-amministrativa comunale.
    E non potevano certo mancare le sirene dell’intramontabile Dio del Sospetto, col loro controcanto dietrologico, pronte a rivelare le ragioni e gli oscuri disegni di una giunta, di una sindaca ormai al capolinea ma, comunque, desiderosi di contenere una molto probabile – e così davvero è stato – emorragia di consensi. Pertanto, eviteremo di indugiare nel vizio speculativo sugli intrighi di potere – insanamente sollecitando a fare la stessa cosa chi ci legge in questo momento – mentre tenteremo, piuttosto e nei limiti delle nostre competenze, a scuotere le coscienze dal torpore da soap opera a cui una certa strategia narrativa mediologica ci ha reso dipendenti. Diremo di più, ne abbiamo a noia; e poi gli inquirenti stanno facendo il loro lavoro, e consapevoli che il tempo perso non è una risorsa che si possa certo recuperare, ne attendiamo le conclusioni.
    C’è una chiave di lettura, allora, che ci sembra indispensabile per comprendere meglio quanto accaduto, per farlo emergere con vivezza sullo sfondo spazio-temporale che animiamo con le nostre esistenze, col nostro esserci (perché anche se non eravamo lì, a dormire su un giaciglio improvvisato sotto il ponte o ad appiccare il fuoco che oltre ad uccidere delle vite poteva essere la causa della sua devastazione, quell’accaduto ci riguarda in quanto contemporanei in uno sfondo comune e blindato nei confini propri dell’insuperabile ‘muro della realtà’). Insomma, che ci piaccia o meno, con quanto accaduto siamo costretti a farci conti. Ma in che modo? In che misura?
    La nostra chiave di lettura trae spunto da una delle ipotesi plausibili, relativamente al movente del delitto commesso, e cioè che l’origine del fuoco appiccato sia dolosa. Ora, a ameno che non si voglia supporre una sorta di rito di auto-immolazione, di sacrificio di sé da parte dei senzatetto che già da troppo tempo si erano affidati alla protezione offerta dal ponte, per il bivacco notturno (cosa che non farebbe altro che suscitare, ovviamente, ben più inquietanti interrogativi); c’è da immaginare che siano stati altri gli autori del riprovevole gesto e altri, quindi, i moventi. Resta il fatto che, al di la delle diverse ‘piste’ da seguire per gli investigatori, le vittime sono certe: i poveri, i reietti, i senzatetto. Vittime di un attentato, da intendersi come agito di qualche reo nello specifico o, indirettamente, come esito della nostra indifferenza verso chi è più debole e fragile.
    Ma perché essere indifferenti alla povertà, perché volgere il proprio sguardo altrove, o avercela contro chi ce la rappresenta?
    Forse, la risposta a questa domanda sta nella constatazione che la povertà è la ‘situazione-limite’ – una categoria così ben esplorata e definita da giganti del pensiero del calibro di Jaspers, Fayerabend o del nostrano Agamben – che mette a nudo ciò che è intollerabile della nostra esistenza ossia che essa, e il mondo stesso in cui viviamo, sono mutevoli e ‘in divenire’. Che non esistono certezze – neanche del nostro conquistato benessere – e che tutti siamo inevitabilmente e necessariamente destinati alla morte. Ecco allora che la povertà (che Gandhi definì come ‘la peggiore forma di violenza’), gli stessi poveri mettono paura ed è per questo che bisogna, quanto meno, distanziarsene per non esserne ‘contagiati’. Questa paura, acuita dalla crisi economico-sociale e dall’incremento delle fasce povere della popolazione, si nutre dell’avversione nei confronti degli indigenti e già da tempo una filosofa spagnola, Adela Cortina Orts, l’ha definita con il termine di ‘aporofobia’.
    L’aporofobia è, così, il campanello di allarme di una società spaventata i cui componenti (ognuno di noi), sono spinti a comportamenti egoistici: di indifferenza – quel ‘looking away’, quel volgere lo sguardo altrove, i cui effetti e le cui motivazioni il ricercatore e attivista indiano Harsh Mander ha ben illustrato in un magistrale libro del 2015, purtroppo non ancora tradotto in italiano – o di indicibile e inaccettabile violenza. Come, probabilmente, l’appiccare un fuoco per cacciare chi ci spaventa, chi ci rammenta il carattere ineluttabilmente tragico delle nostra esistenza.
    Così, nel volerci distanziare ad ogni costo e con ogni mezzo dalla povertà – come esperienza e esistenza – finiamo per impoverirci moralmente e spiritualmente, perdendo prima di tutto noi stessi nell’accettazione acritica di un’omologazione delle coscienze che attribuisce priorità e valore solo al benessere materiale, alla nuda vita spoglia di umanità e dei valori che la contraddistinguono; e al potere come capacità di assoggettamento e/o eliminazione dell’altro. Dovremmo, invece, abbracciare chi è povero, ringraziarlo, perché è lì a ricordarci che siamo tutti dei naufraghi e che, se ci teniamo tutti insieme per mano, la vita può essere più tollerabile e piacevole a dispetto della lotta e del dolore che non ci saranno mai risparmiati – quali che siano gli espedienti o le distrazioni che possiamo inventarci – a dispetto, altresì, della mancanza di senso, di verità, del continuo annientamento delle nostre certezze.

    Non si tratta qui di solidarietà pelosa, religiosità, o di trovare un espediente ideologico per spiegarsi la drammaticità della realtà sociale: ma di svegliarsi (o ri-svegliarsi) alla vita.

    #1650
    mon.schaffer
    Partecipante

    È un approfondimento molto interessante e molto utile per rivisitare l’immaginario collettivo che tende a stigmatizzare questo tema! Ma questo tuo post va oltre: tende a sollecitare gli strumenti atti a “utilizzare” la povertà per trasformarla in risorsa produttiva, fondando l’azione e l’agire su parametri alternativi rispetto ai principi economici e soprattutto finanziari, che attualmente ci invadono. Proprio da queste riflessioni ho rivisitato, dagli studi trascorsi, la dimensione sostenuta da Amartya Sen che definisce la povertà come “carestia di libertà”… che va oltre la carenza di denaro, in quanto tale assenza si tradurrebbe come effetto della mancanza di un certo “bagaglio”. Sen parla di capabilities, dunque reti sociali, istruzione, comunità ecc. che provocano l’impossibilità di mettersi in gioco e guadagnare. Come si evince nel post qui sopra: i ricchi temono perché d’improvviso la rete che garantisce la loro condizione e ruolo potrebbe mancare… Proprio per questo motivo bisognerebbe che la “società dei ricchi” entri in empatia con la “società dei poveri” creando una società civile in grado di evitare la mancanza di capabilities e dunque, oltre ad agevolare l’ingresso del povero nel mondo del ” benessere” si eviterebbe che i ricchi possano cadere nella povertà…. Significherebbe creare un nuovo “modus vivendi” costruito tramite la capacità empatica del ricco verso il povero, dissacrando la paura…
    ma per giungere a questo dovremmo modificare i nostri obiettivi, rivedendo le finalità dell’economia neoclassica.

    #1679
    s.cifiello
    Partecipante

    Madamina abissina, di Stefano Cifiello

    William Hazlitt (1788-1830) in Characters of Shakespearar’s Plays (1817) tratteggiando la tragedia Coriolano, da lui definito “autentico emporio di temi politici”, scrive: “Preferiamo essere gli oppressori che gli oppressi”, riferendosi ovviamente al comportamento degli esseri umani.
    A un suo recensore critico, che lo incalzava per questa e altre frasi con significato simile, dicendo: “Proviamo forse più piacere nel leggere di una bestia predatrice che imperversa, che non dello rufolo del pastore in mezzo ai monti?” Hazlitt rispose: “No, ma nel leggere della bestia predatrice proviamo senz’altro piacere, in virtù proprio di quel senso di forza scisso dal senso di bene, che ci riconcilia con l’incedere dei conquistatori e possenti cacciatori dell’umanità, i quali arrivano a far tacere lo zufolo del pastore in mezzo ai monti e spazzano via il gregge che lo ascolta”.
    Hazlitt era un filo-giacobino e bonapartista, e quando scrisse il suo capolavoro già si pone, però, fra gli “sconfitti della Storia”, sia per il tempo, sia per il luogo del suo operare di letterato, di certo apprezzabile ancor oggi, ma che i suoi critici, appartenenti all’establishment monarchico di allora, avrebbero voluto punire addirittura con la deportazione in Australia.
    Perché Hazlitt, che era un radicale, quindi appartenente alla cosiddetta “Sinistra”, era così criticato per affermazioni che certo oggi stonerebbero se espresse dalla Destra più becera?
    Perché svelava quello che occorreva tenere celato: la grande rappresentazione politico religiosa dei regni restaurati dopo la Rivoluzione e Napoleone. L’alleanza del Trono e dell’Altare che in modi e forme differenti, non trattabili qui, stava trasformando con la Restaurazione, la Civiltà occidentale in un enorme ordigno generante la “sottomissione delle masse”, che erano scappate di mano con la Rivoluzione francese e col Grande Corso.
    Fino al punto che oggi alla frase di Hazlitt “Preferiamo essere gli oppressori che gli oppressi” molti appongono in finale un punto interrogativo. Se non addirittura si fanno cullare la mente dalle note e dai versi della Guerra di Piero di Fabrizio De André.
    Se è ben certo che nelle civiltà arcaiche, di cui parla anche la Bibbia (Es 20, 5; Lv 26, 39; Is 14, 21), “la colpa dei padri ricade sui figli”, fu la Restaurazione che ha progressivamente fatto emrgere nei singoli in Europa il “senso di colpa”, creando delle Teocrazie in cui, come in tutte epoche e i luoghi in cui si sono manifestate, hanno fatto sì che gli individui siano costretti a sentirsi responsabili del benessere generale, anche se il loro influsso sul potere decisionale e sull’azione effettiva risulta essere minima o pressoché nulla.
    Nelle Teocrazie ovviamente il Dio di cui si tratta non è necessariamente il Dio Cristiano (famose furono quelle degli Inca e degli Aztechi), ma può essere anche una costruzione ideologica, come è stata il Marxismo-leninismo e lo Stalinismo o anche (e lo chiamerò così per opposizione al termine in uso) l’Americanismo.
    Il gregge dell’umanità occidentale ben pasciuta e ordinata, anche dai propri sensi di colpa, è oggi prima di tutto troppo stordita dagli zufoli del pastore che si è alleato col cacciatore, di cui diceva Hazlitt.
    I nuovi cacciatori non sono più lupi feroci o orsi, ma hanno i volti e le sembianze delle stesse pecore e come le pecore sembrano inermi.
    I nuovi capi hanno ben capito che occorre smorzare l’arroganza che li spinge a primeggiare, di cui invece sono intrisi, rendendosi fintamente umili, apparentemente al servizio del branco, ma soprattutto costringendo il branco a sentirsi sempre più colpevole degli errori e delle scelte che loro in quanto capibranco compiono.
    Dal 2020, impastoiati dal chiedersi se sia o no Politically Correct che Montanelli avesse una “madamina” abissina che gli scaldasse il letto nel 1936, gli italiani non sono riusciti ancora a chiedersi perché le donne in Italia abbiano avuto accesso al Voto solo nel 1946. Nello stesso anno di: Camerun, Corea del Nord, Gibuti, Guatemala, Liberia, Macedonia, Trinidad e Tobago, Venezuela e Vietnam. In Germania ciò avvenne nel 1918, nell’UK fra il 1918 e il 1928. Tanto per dire ….

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