Home Page Forum Spazio libero FARE EMPATIA x CAPIRE LE RAGIONI DI FODE (e SALVARE LA VITA, DALLA PROPRIA)

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  • #1608
    Gianluca Piscitelli
    Amministratore del forum

    E’ di diverse settimane fa la notizia della morte di Fode Dahaba, 27 anni proveniente dalla Guinea Bissau, da troppo tempo un ‘senzatetto’ nei pressi della Stazione Termini. Morto in uno dei modi più disumani in cui si può morire oggi, per aver patito il freddo, in una città che sembra aver perso la propria anima, in un mondo ridotto a ‘sistema di comunicazione’ dove le informazioni si susseguono una appresso all’altra,accumulate nel magazzino precario della nostra memoria,senza il tempo di coglierne la risonanza interiore che potrebbero destare; livellate, standardizzate da quell’imperturbabile abitudine all’indifferenza che caratterizza la vita sociale, le nostre vite. Notizie confezionate come prodotti di consumo, quindi, soggette ad una sorte di perversa utilità marginale nel sottosistema della nostra economia psichica il cui consumo diventa meno significativo all’aumentare della disponibilità. Ovvero, raggiunto quel senso di saturazione interiore (qualcosa di molto simile, a mio avviso, a quello che gli amici psicologi definiscono in termini di ‘sazietà semantica’), per cui restiamo confortati dal fatto che anche oggi a noi è andata bene, meglio che ad altri, meglio di come s’è giocata la vita un povero insignificante disgraziato.Una morte, pertanto, che continua a stridere con le smisurate fortune accumulate da pochi (se è vero che, in Italia, il risicatissimo 4% della popolazione possiederebbe ben il 45 % della ricchezza complessiva); e, con l’uso antisociale dell’avanzamento tecnologico e scientifico che, invece di essere utilizzato per garantire a tutti quanto meno l’affrancamento dalle condizioni più estreme di sopravvivenza – se non la promozione della pienezza di vita per ciascun soggetto – soggiace agli appetiti dei più forti, alle esigenze generalizzate di controllo e manipolazione delle coscienze. Il filosofo Remo Bodei fu molto più incisivo al riguardo, quando alcuni anni fa giunse addirittura a parlare di ‘colonizzazione delle coscienze’.
    Quando si leggono notizie come questa, se ci si concede poi il tempo di riflettere su come impassibilmente abbiamo voltato la pagina del giornale, finiamo quasi per ringraziare quell’istintivatendenza all’auto-anestesiache ci ha protetto dall’eventuale coinvolgimento emotivo con un evento luttuoso. In realtà quello stesso stato è solo il frutto di un adattamento anaffettivo legato a un processo di perdita di significato che è l’effetto conseguente del reiterarsi della violenza nello svolgersi della vita quotidiana. Perché è una violenza la stessa sordità delle istituzioni che non sanno progettare ed attuare quelle condizioni che possono contribuire nel prevenire che una vita si interrompa e magari favorirne un armonioso, e al momento precluso, sviluppo.
    In breve, non facciamo empatia.
    Il mondo non ci ‘risuona’, non riusciamo a capire come ci sentiremo noi al posto degli altri – al posto di FodeDahaba, ad esempio – e tutto ciò ha un prezzo altissimo in termini di penuria o perdita di fiducia (un sentimento che è risorsa imprescindibile per il successo delle stesse attività imprenditoriali, come gli economisti ben sanno). Un prezzo che rischiamo di pagare anche noi se non siamo più tra i privilegiati dal predetto sistema. L’esercizio all’empatia potrebbe essere allora la chiave di volta per renderci più responsabili e attenti a quanto ci accade intorno, a evitare che i soprusi, le ingiustizie, la sofferenza ci scivolino di dosso fino a quando non ne veniamo toccati in prima persona. Provarlo a fare già con il nostro vicino non ha poi un gran costo e, soprattutto, può essere fatto a sua insaputa, scongiurando il rischio di pubblico ludibrio per aver contravvenuto a una delle regole fondamentali del pessimo gioco societario che tutti contribuiamo a tenere in piedi: quella di occuparsi solo del proprio tornaconto.
    Accade così che ci si voglia immedesimare nelle situazioni altrui e rendersi disponibili adaccogliere l’eterno ritorno del dolore. Così come accadde a me, poco più di dieci anni fa quando, dopo aver letto del suicidio di un giovanissimo adolescente, passai con la mia automobile proprio poco distante dal punto dove il suo corpo si era terribilmente schiantato il giorno prima. Una giovane vita non aveva saputo resistere (altro che resilienza!) al muro di idiozia innalzato da chi scherniva la propria omosessualità e a nulla era valso l’affetto di genitori affettuosi, seppur inconsapevoli. Ecco ancora oggi quando scendo dalla tangenziale verso il prestigioso condominio (ex Pantanella) teatro del tragico gesto,un groppo mi sale in gola ed è difficile contenere qualche lacrima. Lontano da qualsivoglia impeto autocelebrativo, confesso che da allora continuo a chiedermi, quando ripenso all’accaduto:
    ‘cosa non ho fatto, cosa avrei potuto fare e cosa potrei fare per contribuire a rendere il mondo in cui vivo un po’ più caldo ed accogliente anche per quel giovane che ormai non c’è più fisicamente ma che, come il grande Capitini argomenterebbe, continua ad essere presente, più presente che mai tra noi?’
    Ecco, se l’empatia può aiutarci a uscire dal guscio del nostro isolamento individualistico come sforzo che ogni persona, ogni cittadino deve compiere per ricostruire un mondo più umano, affermare giorno dopo giorno il senso della convivenza senza darlo per scontato e capire finalmente le ragioni di Fode; a questo sforzo deve corrispondere l’impegno dei decisori pubblici nel configurare un’azione amministrativa che finalmente consideri marginale, eccezionale la consuetudine dell’’agire in risposta all’emergenza’. Esistono già sufficienti strumenti e risorse non per rispondere puntualmente ai bisogni di tutti ma, quantomeno, per farlo al meglio delle possibilità. Basta solo volerlo.
    Ci sembra sterile attribuire delle precise responsabilità riguardo l’accaduto ad una compagine politica che, tra l’altro, si è appena insediata. Peccheremmo di eccesso di cinismo se utilizzassimo la notizia della morte di FodeDahaba per speculare contro chi si appresta a governare per il prossimo quinquennio la nostra città. Né ci attarderemo a considerare risibili i venti posti letto trovati per i senza tetto, a fronte dei presunti ottomila clochard che ‘abiterebbero’ la Capitale. Certo è, però, che non dovremmo considerare più tollerabile la mancanza di sforzo e assennatezza nella previsione enella programmazione degli interventia fronte della millenaria consapevolezza che nel corso dell’anno si succedono quattro stagioni. E che,per essere pronti per l’inverno, devi esserti già preparato dall’estate. Potrà essere ovvio ma, se ci pensiamo bene, è proprio l’ovvio che sfugge ai più disattenti.

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