Home Page Forum Spazio libero La perplessità sull’uso del termine “clinico” per il sociologo

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    tamaramerizzi
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    Salve a tutti, sono Tamara Merizzi, iscritta al Laboratorio da meno di un anno e questo è il mio primissimo intervento. Sono sociologo, criminologo clinico e criminologo investigativo. Dopo la laurea magistrale ho collaborato per un anno a un progetto di ricerca universitario sulla mediazione interculturale nella mia regione. Successivamente, ho eseguito un tirocinio di studio e di ricerca presso un istituto penitenziario per circa sei mesi, afferente al primo master universitario in Criminologia. Da quest’ultima esperienza è scaturita la mia prima pubblicazione (La vita in uno specchio. Viaggio all’interno della Casa Circondariale di Ascoli Piceno). Il volume verte sia sul carcere – inteso come istituzione totale nell’accezione di Ervin Goffman – sia sulla vita esperita dal recluso nella struttura penitenziaria, e include, nella seconda parte del testo, un colloquio “clinico” – da me condotto e propriamente criminologico – con un detenuto del circuito di media sicurezza, orientato alla comprensione dell’agito deviante e alla successiva valutazione della pericolosità sociale e, dunque, del rischio di recidiva criminale. A seguito di questa mia esperienza ho deciso di aprire un Centro di ascolto, patrocinato dall’Amministrazione comunale dove risiedo, da me diretto e gestito come volontario, volto a fornire un “supporto” di tipo informativo (nei casi specifici di violenza subita e/o assistita), morale e affettivo-emotivo, trasversalmente a tutta la popolazione del territorio, che, in qualche modo, avesse manifestato una condizione di disagio e/o sofferenza riconducibile alla sfera familiare, scolastica, lavorativa, e sociale in genere, precisando sia all’utenza, sia all’ente territoriale, il mio background formativo e l’impossibilità di offrire un sostegno di tipo psicoterapico, non di mia competenza. L’iniziativa ha avuto “successo”, nel senso che sono stata felice di aver arrecato sollievo e infuso coraggio a persone portatrici di sofferenza – attraverso l’instaurazione di una “relazione qualificante” basata su un rapporto di fiducia – e di aver avuto, al contempo, la possibilità di interagire con il CAV dell’ambito territoriale di riferimento, maturando esperienza “sul campo”. Preciso che, al di là della professione che esercito (attività di consulenza a imprese del territorio come HR, mediatore di conflitti/controversie in via extragiudiziale, responsabile di schemi di certificazione), la gestione diretta del Centro di ascolto mi ha consentito di “entrare” in una realtà altra rispetto al tipo di operatività tipica della sociologo, facilitata dal training in vittimologia seguito durante la frequentazione del master universitario in Criminologia clinica.
    Fatta questa premessa, riallacciandomi alla “sociologia clinica” e al dibattito su ambiti e confini e/o riferimenti teorico-pratici della specifica disciplina – distinta a mio parere dalla “sociologia applicata” – per “clinico” credo personalmente sia opportuno rifarsi alla definizione propria del termine, per evitare il generarsi di una confusione di ruoli e compiti, ma anche e soprattutto per dare un forte impulso alla diffusione di una “nuova dimensione sociologica” che non sia identificabile, a mio avviso, con gli approcci della sociologia classica (Cfr. Vocabolario Treccani on line:<< clìnico [dal lat. clinĭcus, gr. κλινικός, der. di κλίνη «letto»] (pl. m. -ci). – 1. agg. Che riguarda la clinica medica, cioè l’esame, lo studio e la cura del malato: quadro c., il complesso dei sintomi; caso c., la concreta realizzazione di una malattia o di una sindrome>>. In tal senso ritengo che la preparazione universitaria in sociologia – al conseguimento della magistrale – debba “aprire” ai laureati prospettive e chiavi di lettura in grado di orientare il “clinico” a individuare, comprendere e intervenire su forme di disagio e malessere legate specificamente al singolo, disagi anche intimamente legati alla struttura e alla complessità sociale del nostro tempo, dunque non sempre necessariamente di origine psicopatologica. Sono anche convinta che nel contesto universitario – almeno italiano – un approccio alternativo, più mirato, più specifico verso l’aspetto clinico, inteso nel senso prima accennato, debba essere imperniato su di un “metodo” (di studio, di indagine e di intervento) condiviso dalla comunità scientifica, supportato da una o più teorie di riferimento a cui il “clinico” possa, anzi debba, attingere per entrare in campo e, a gran voce, dire la sua.
    Lo scorso ottobre mi sono iscritta al corso di laurea magistrale in Psicologia clinica e della riabilitazione e non ho potuto non riscontrare uno scarto sostanziale – rispetto alla nostra disciplina – su approcci teorici e ambiti immediatamente applicativi di intervento, tali da indirizzare e guidare il professionista – in modo “quasi” univoco – nella risoluzione della problematica portata dal paziente/cliente. Eppure mi sono chiesta la ragione per la quale noi non dovremmo operare in modo analogo, tracciando delle “linee guida” pratiche da seguire, basate su approcci teorici di stampo micro, come ad esempio l’interazionismo simbolico e la fenomenologia.
    Avremmo tanto da poter offrire alla collettività come al singolo, approntando un’ottica multidimensionale che comprenda l’importanza dell’”intreccio”, della combinazione, delle divergenze come delle analogie, dei diversi contributi forniti dalla psicologia sociale, dalla sociobiologia, dalla sociologia della comunicazione, dall’interazionismo simbolico fino alla fenomenologia ed altri ancora.La realtà sociale – strutturalmente intesa – e la realtà dell’individuo – essere unico e irripetibile – sono “entità” complesse e articolate e quindi suscettibili di essere colte, approfondite da molteplici punti di osservazione (sociologico, psicologico, filosofico, biologico). Nel cogliere il significato dell’esperienza soggettiva, del vissuto del singolo e di ciascuna specificità individuale, collocata in un preciso contesto storico, socio culturalmente definito, potrebbero essere messe in atto anche forme di intervento propriamente “sociologiche”. A tal riguardo mancano tuttavia chiari e inequivocabili punti di riferimento – scientificamente condivisi – che il professionista dovrebbe saper “maneggiare” per essere riconosciuto e apprezzato – nello svolgimento della sua professione – dal singolo come dalla collettività.

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