Home Page Forum Spazio libero L’editoriale fa ancora il giornale? La crisi del pezzo forte di prima pagina

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    L’editoriale fa ancora il giornale?

    Ragionevoli dubbi sul modo attuale di considerare il tradizionale pezzo forte della prima pagina.

    Di Antonio Rossello (*), con immagini e riflessione finale di Igor Belansky (*)

    In un mondo che sta cambiando in fretta, in cui il giornalismo è in crisi e nuovi canali di informazione nascono tutti i giorni, occorre considerare come a partire dalla qualità degli editoriali possa scaturire per gli organi di informazione, cartacei e on line, una chiara e precisa strategia di fronte a possibili cadute di stile e accuse di scarsa credibilità.

    Paolo Mieli
    Capita talora di leggere articoli brutti, scritti male e basati su una sostanziale disinformazione, talmente surreali e grotteschi da sembrare costruiti intorno solo alle parole chiave sensazionali del titolo. Il fastidio evidentemente accresce quando simili obbrobri vengono pubblicati e diffusi attraverso fonti e canali, ai quali ci si è affezionati e nei quali si ripone fiducia.

    Spinto dal desiderio di comprendere le ragioni di un fenomeno che, nell’immediato futuro, potrebbe condurre alla sostanziale irrilevanza degli organi di informazione, tanto per cattive abitudini sedimentate nel tempo, quanto per la fragilità di Internet, quale fonte affidabile di sapere e contesto che sempre meno richiede le skills tradizionalmente associate alla buona scrittura, mi sono dovuto documentare. Ho confrontato pareri. Mi sono soffermato ad osservare empiricamente comportamenti umani. Ho cominciato facendo una ricerca su carte vecchie e nuove, di svariate edizioni e origini, fino ad arrivare alle ultime forme online. Ne è emerso un panorama complesso e frastagliato, in mutamento, non un affresco a tutto tondo. Ed è stato davvero interessante.

    La prima e drammatica constatazione è stata quella di trovarmi di fronte a una temperie che, purtroppo, non risparmia nemmeno gli «editoriali». Vale a dire quei pezzi forti, tipicamente collocati in alto a sinistra della prima pagina dei quotidiani, che, almeno un tempo, assumevano la forma di breve saggio, scavando più a fondo su argomenti d’attualità, portando ad alta voce il punto di vista di un prestigioso giornalista o di una grande firma esterna alla redazione. Non essendo solitamente accompagnati da fotografie, in essi l’attenzione maggiore si concentra sul contenuto, che dovrebbe essere percepito come autorevole, rispettabile per la capacità di anticipare e ribattere le più forti tesi opposte, equilibrato nelle lodi e nelle critiche.

    Indubbiamente, gli editoriali dei giornali possono rappresentare un ottimo sistema per convincere chi li legge a mutare idea e avere un effetto profondo e duraturo. E si dovrebbero, quindi, capire veramente delle cose, leggendoli… Anche in negativo; si sa, l’informazione è in Italia controllata dal potere, come probabilmente accade, più o meno, nel resto del mondo. A questo punto, conio una finta citazione che tenta di affermare, forse in maniera maldestra, l’idea centrale di cui mi accingo a dare motivazione: «L’editoriale fa il giornale».

    Viviamo in un grande Paese ed è un dato ineludibile, tra dinamiche di cambiamento ed elementi di persistenza, che la tradizione giornalistica italiana, sempre assai radicata nella realtà locale, anche quando l’informazione è a carattere nazionale, abbia espresso nel corso anni esempi importanti, non sempre assoggettati alle lobby di potere. Tuttavia, mi ritrovo a pensare che, quando non ci saranno più famosi editorialisti della carta stampata, quali Marco Travaglio, Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti o Eugenio Scalfari, i più giovani dei quali oggi viaggiano fra i 50 e i 60 anni e i più anziani oltre i 90, correremo il rischio di non avere alcuna categoria in grado di sostituirli. Saranno l’ennesimo splendido oggetto morto. Mi vogliano scusare tutti gli altri titani delle redazioni che non ho citato, ma credetemi, sono tanti, e la mia ipertensione non mi consentirebbe di continuare nella lista, se non per limitarmi a considerare due nomi eccellenti che hanno maggiormente appassionato la fantasia dell’illustratore Igor Belansky.

    Il primo di questi «liberi pensatori» è, per il presente, Paolo Mieli, il cui ritratto è inserito all’inizio. Il secondo, per il passato, è invece Indro Montanelli, a cui l’artista dedica in conclusione un’immagine e una riflessione, ritenendolo indiscutibile esponente di un giornalismo sano, pulito, che non guarda in faccia nessuno, a difesa della vera verità.

    Volendo approfondire, per prevenire ogni possibilità di ambiguità semantica, va precisato che nella stessa posizione di menabò degli editoriali vengono pure tradizionalmente piazzati gli «articoli di fondo», in genere non firmati e quindi attribuibili al direttore, che riportano la linea del giornale su temi di estrema importanza. Nel peggiore dei casi la voce del padrone, cioè l’editore stesso, o, stendendo sul risaputo un velo pietoso, dei suoi mandanti.

    Nondimeno, complice una maggiore libertà di impaginazione – dovuta a formati sempre più piccoli, con colori sempre più forti e immagini sempre più grandi, a discapito del valore della parola -, i due termini, editoriale e articolo di fondo, nella carta stampata vengono oggi normalmente usati in modo intercambiabile. E, se l’avvento di Internet ha messo definitivamente in crisi la concezione stessa di quotidiano, sulle testate online vige al riguardo praticamente l’anarchia. Ulteriormente, stanno man mano evolvendo nuove strade per la distribuzione di «articoli di opinione» che includono: pubblicazioni online con un modello «solo contributore»; E-newsletter riguardanti settori o argomenti specifici; social media, come Facebook e LinkedIn, in cui i comunicatori possono pubblicare o ripubblicare articoli; podcast prodotti da media, aziende e altre organizzazioni e produttori indipendenti; editoriali video…

    Tuttavia, per correttezza formale, non indugiamo a chiamare editoriali unicamente i pezzi giornalistici che prettamente rispondano alla definizione più tradizionale, e vediamo di comprenderne la differenza rispetto ai normali articoli.

    In via di principio, un articolo dovrebbe basarsi su una notizia specifica, ossia un’informazione su un fatto o un avvenimento (in corso o concluso), garantendo la completezza e l’accuratezza del più piccolo dettaglio della stessa. Ma qui l’uso del condizionale è d’obbligo, visto il diffuso fenomeno delle «fake news», in italiano false notizie, ossia notizie fasulle, o ancora pseudonotizie, presenti in articoli o pubblicazioni su reti sociali redatti con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, e resi pubblici con il deliberato intento di disinformare o di creare scandalo attraverso i mezzi di comunicazione.

    Secondo la deontologia giornalistica, è meglio che una notizia sia pubblicata mezz’ora dopo, ma che sia veritiera ed esaustiva. Purtroppo, però, questo spesso non accade. Altresì a proposito della qualità delle notizie vere ci sarebbe da discutere: nei più disparati ambiti allignano infatti personaggi, gruppi e tendenze che smisuratamente ambiscono a fare notizia, ad avere l’attenzione dei media, senza spesso averne dignità. È stata inoltre la nascita ed il successo dei blogger a favorire l’allontanamento del pubblico dall’informazione mainstream. Il giornalismo la smettesse di attaccarsi alla cronaca facilmente vendibile, al pettegolezzo, e si occupasse di cose più importanti! Le notizie sono diventate brevi e superficiali. Non c’è spazio per i dettagli, non c’è spazio per approfondire.

    Un editoriale dovrebbe pertanto esprimere un’opinione, finché si vuole argomentata, ma pur sempre un’opinione. Non lesino ancora a ricorrere al condizionale, non solo perché esso tutela il giornalista di fronte ad un eventuale querela per diffamazione, ma perché non difettano acclarati casi di uso distorto dello strumento. Per tale ragione, data per scontata l’attendibilità delle notizie, ritengo auspicabile che il tratto distintivo di un organo di informazione serio risieda particolarmente nel livello delle opinioni che esso propone, ovvero nell’autorevolezza dei propri editoriali.

    In parole povere, ecco il motivo per cui: «L’editoriale fa il giornale». A tal guisa, occorre tener presente che l’opinione di valore esposta da un buon editorialista dovrebbe essere: razionale; verificabile; coerente; affidabile; svolta in modo professionale; svolta con competenza. Elementi che sono di solito strettamente legati alla fama di chi scrive e alla sua comprovata dimestichezza con la materia trattata. Gli editoriali non sono notizie, ma opinioni motivate basate sui fatti, non possono trascendere. Devono quindi avere un punto di vista chiaro. Devono scendere con fermezza da un lato della questione.

    Infatti, in alternativa a importanti giornalisti, sempre più frequentemente, professori universitari, scienziati, scrittori, illustri personaggi colti o cultori di studi in genere rientrano nella corte degli editorialisti di riferimento di cui le maggiori testate si dotano, venendo profumatamente pagati (e l’onorario è commisurato con la celebrità, se non con la qualità) per i loro contributi.

    E, di volta in volta, il direttore, li seleziona in base alle necessità, alle convenienze o logiche ulteriori, che non è dato di sapere, essendo oggetto di ampia discrezionalità. Ma dalle «zone franche» può sorgere un vulnus. Ad esempio, potendo allargare il ventaglio ai dilettanti o a chi normalmente non chiede soldi, se da un lato politicanti di ogni schiatta, parlamentari e amministratori, esponenti di partito e presidenti di enti vari, grandi e piccoli, smaniano pur di apparire in prima pagina, quanti «intellettuali» da strapazzo, – tutto fatto con molta ironia, perché di sedicenti professori è già pieno il mondo -, hanno, in tutti questi anni, usato gli editoriali per millantare la loro sapienza? No comment!

    Esiste, orbene, una regola aurea, da tenere sempre a mente in campo giornalistico, ahimè spesso trascurata: nel caso di un’importante notizia di cronaca o attualità, argomento o evento di interesse pubblico, la prima pagina dovrebbe avere, accanto all’articolo di apertura che reca i dettagli dell’accaduto con una o più foto, un editoriale che la commenti, fornendone una analisi coerente. Non un editoriale insignificante, il quale passa senza lasciare alcun sviscerato segno nel fragile impasto dell’opinione pubblica.

    Il compito per il direttore responsabile può dunque risultare difficile, per molteplici ragioni. In primis, la delicatezza della scelta dell’editorialista, ossia ciò che può stabilire la differenza. Essendo, in genere, note le posizioni degli esperti su certi argomenti, egli avrà facoltà di preferire un editorialista di suo gradimento. Di norma, un editorialista alle prime armi, privo ancora di un nome, ha maggiori probabilità di essere condizionato da un direttore nell’esposizione dei contenuti. Al contrario, editorialisti già dotati di una reputazione, e una voce nel giornalismo, ricevono solitamente maggiore libertà in tutti gli aspetti inerenti al taglio da attribuire ai propri pezzi.

    Occorre sottolineare come, da parte del direttore, eccessi di fiducia – magari non dovuti a ragioni strumentali, ma piuttosto alla semplice fretta, talora acuita dall’immediatezza delle avanzatissime procedure di editing, di occupare uno spazio di impaginazione vuoto – potrebbero originare evenienze non del tutto opportune. La cultura digitale, così rapida e visiva, rischia in sostanza di compromettere le capacità di ragionare e verificare. In poche parole, possono essere messe a rischio tutte le buone prassi alla base del giornalismo.

    Proseguiamo con l’analisi di alcuni comportamenti di cui si rendono protagonisti editorialisti, senza arte né parte, poco degni di tale nome, atteso che anche lo scrivere in termini di collaborazione gratuita non solleva dal rispetto di una certa etica.

    Innanzitutto, la tentazione di attaccarsi all’evento, in sé e per sé, per spiattellare nozioni, cercando di impressionare altri esperti. Quindi, il vezzo di propinare mischioni intricati, privi di fonti, limitandosi eventualmente a citare le proprie personali, che poco aggiungono alla cultura e alle cognizioni di chi legge. Costituisce poi aggravante, l’abitudine di annoverare ossessivamente, con ripetizioni per un lungo numero di edizioni, nei titoli e negli incipit personalità o questioni sempreverdi del repertorio, declinato in tutti i suoi generi, di storia, cronaca o attualità. Potrebbe alla lunga trattarsi di un escamotage per spiccare, per giustificare il pretesto di sviluppare temi di tutt’altra natura. Ancora peggio, la brama di avanzare spunti appetibili per un proprio vantaggio promozionale, di deridere avversari o adulare sponsor …Eterno è il richiamo della captatio benevolentiae: la benedizione del sommo governante val pure una messa!

    Viene, quindi, il vezzo diffuso di omettere quel ragionevole obiettivo di «brevità, chiarezza e sintesi» perseguibile soltanto attraverso una semplificazione delle forme lessicali e sintattiche. E, scusatemi se anch’io mi dilungo, ma sento l’obbligo morale di sostenere che occorre essere comprensibili, nel rispetto del lettore medio della pubblicazione. Avendo cura di evitare strafalcioni di grammatica e ortografia, scrivere pochissime parole piazzate nel posto giusto, al momento giusto non significa maltrattare la nostra lingua.

    Non mancano inoltre episodi rincresciosi in cui, da testate diverse, giornalisti in competizione criticano a vicenda i propri stili di scrittura attraverso editoriali vuoti e privi di contenuto.

    Ultima, ma non meno importante, la possibilità che un editorialista esprima una posizione non troppo gradita dal direttore, anche solo perché non in sintonia con le vedute della maggioranza dei lettori. Le strade che si aprono sono due: il pezzo non viene pubblicato – ciò che potrebbe provocare le proteste dell’autore, le quali potrebbero essere recepite da quotidiani concorrenti – oppure il giorno successivo ne verrà pubblicato uno «correttivo» a firma di un altro esperto. Occorre quindi dare costantemente un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma, donde l’appellativo di «cerchiobottista» affibbiato ad alcuni direttori particolarmente accorti nel preservare l’equilibrio dei propri giornali.

    A mio avviso, bisogna riflettere sulle precedenti considerazioni. Forse c’è del vero. Sono davvero convinto che l’editoriale faccia il giornale, e che, in un mondo che sta repentinamente cambiando, a partire dalla qualità degli editoriali possa scaturire per i giornali, cartacei e on line, una chiara e precisa strategia di fronte a possibili cadute di stile o accuse di scarsa credibilità.

    Vi sono evidenze che non si possono tacere. Il giornalismo è in crisi, le testate tradizionali rischiano di cessare di esistere e nuovi canali di informazione nascono tutti i giorni. Le redazioni online dipendono completamente dalle agenzie e dagli addetti stampa. La carriera giornalistica batte sovente i passi tortuosi di una prolungata gavetta, non sempre giungendo ad una meta dignitosa, in termini di stabilità occupazione e remunerazione. Ma numerose sono le nuove opportunità. Ad esempio, la velocità con la quale è possibile correggere un errore. Attraverso il digitale questo viene fatto in pochi minuti. Inoltre, grazie ad Internet, un articolo di giornale può raggiungere in tempi brevi tutto il mondo.

    Tuttavia, Internet non porta con sé solo vantaggi, ma anche difficoltà, in quanto consente da diversi anni la diffusione di un modo nuovo di fare informazione. Al bando la carta stampata ma anche i pc: smartphone, cellulari e social network detengono il primato. Basta poco per tirar fuori il telefonino e fare un video, per diventare cronisti. Inoltre, chiunque nella società in cui viviamo può rendere pubbliche le sue opinioni e diffondere le notizie. Basta aprire un proprio sito web o creare un profilo social. In questo modo, le persone diventano editori, direttori e giornalisti, senza appartenere ad alcun Ordine professionale.

    Ecco l’ambiente fecondo in cui si possono reclutare frotte di persone arrabbiate, disadattate, in cerca di un protagonismo malcelato da una qualche voglia e capacità di scrivere, con le quali si possono tenere prezzi bassi, perché comunque vige un precariato ad oltranza, ma altrettanto non tutti spesso devono per forza lucrare, essendo ricchi di famiglia o sufficientemente coperti da altre fonti di reddito. Ecco, l’arsenale inesauribile dei dilettanti allo sbaraglio. Per converso, l’artificio con cui, a guisa di volontari della tastiera, individui senza nessun ruolo significativo nel sociale possono affrancarsi e diventare delle star, avere la loro faccia sui media in genere, avere il loro nome al centro della ribalta.

    Nel tentativo di ottenere ascolto, tutti urlano per sovrastare le voci degli altri, aggiungendo qualche particolare in più alle vicende, per renderle più originali e interessanti. È diventato necessario emergere tra notizie tutte brevi, piene di link e uguali tra loro. Ci si può imbattere in cattiva informazione e disinformazione ovunque, termini simili che si coniugano una dialettica perversa.

    Siamo entrati in un circolo vizioso che va interrotto, partendo proprio con il disinnescare l’arma principale su cui punta la disinformazione: l’informazione. Certo, magari anche chi scrive in questo momento non sa bene a quale delle due contribuisca a dare forza, è inevitabile, in tanta confusione. È il canto del cigno della comunicazione sensata. Grande sarà la responsabilità dei media ufficiali, professionali o meno, ma tutti noi che oggi sui social postiamo, twittiamo, condividiamo stiamo identicamente contribuendo a dare all’una o all’altra, come pure contemporaneamente ad entrambe, energia e vitalità.

    Nulla di nuovo sotto il sole, i cattivi maestri sono sempre esistiti, di solito sono ciarlieri e applauditi, sono quelli che abdicano al dovere di dire la verità e di farlo in modo disinteressato. Prendiamone atto e magari tutti insieme, noi che a qualche titolo scriviamo, spostiamo i riflettori verso temi e argomenti che realmente meritano risalto, che aumentino il livello del discorso comunitario, come l’impegno, la cultura, il volontariato, il mecenatismo, la solidarietà.

    Grazie alla incommensurabile mole di fonti e informazioni presenti in rete, sono diventati necessari principi etici sempre più saldi. Dobbiamo pensare che potrebbe non esserci più tempo e modo per parlare di una storia significativa che merita approfondimenti, studi e non gli strologamenti mitologici, falsamente scientifici, filosofici o sociologici di un editoriale banale e poco informato. Il pensiero dovrebbe tornare ad essere una fonte esplosiva e ineludibile nel panorama mortifero di troppa parte della nostra società contemporanea.

    ^^^^^^^^^^^^^^
    – Dedicato a Indro Montanelli –
    Indro Montanelli

    Nonostante la, a mio parere, brutta campagna negativa condotta, qualche anno fa, contro Indro Montanelli, ugualmente ritengo quest’ultimo uno dei primissimi giornalisti italiani.
    Egli è stato anche un ottimo editorialista.
    Mi ricordo sempre del suo primo editoriale su «Il Giornale», che lessi in giovanissima età.
    Sempre coerente nonostante gli abbiano detto di tutto.
    Rimpiango la sua morte. Oggi ci vorrebbero di giornalisti del suo stampo.
    Dagli anni Novanta, quando egli era ancora direttore del summenzionato quotidiano, ricordo ulteriormente di un altro suo editoriale che commemorava la morte di Durand De La Penne.
    Nell’occasione, scrisse essere talmente disgustato dalla situazione italiana da ritenere più giusto celebrare un simile leggendario eroe di guerra. Coerenza fino in fondo
    .

    Igor Belansky

    (*) Gli Autori

    Antonio Rossello, v. profilo
    Igor Belansky, v.profilo

    Leggi anche l’articolo su: Reteluna.it

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