Home Page Forum Spazio libero NERO COME IL ‘PETROLIO’, COME LA NOTTE DELL’OBLIO CHE STIAMO VIVENDO

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  • #1709
    Gianluca Piscitelli
    Amministratore del forum

    In ricordo di Pier Paolo Pasolini

    A cento anni dalla nascita, in questo 5 marzo 2022, corre l’obbligo di ricordare Pierpaolo Pasolini non tanto per contribuire a innalzare il volume del già assordante e cerimonioso vaniloquio che ha impegnato più di qualche penna nella giornata odierna. Quanto per rimarcarne la presenza che sentiamo ispirare la nostra ferma denuncia, la nostra inequivocabile condanna di quanto sta avvenendo a Ostia, proprio in quell’Idroscalo dove fu trovato il suo corpo martoriato. Laddove, ci soffermiamo con mestizia a pensare, deve forse essersi definitivamente consumato quel processo di autofagia dell’ego che il grande letterato e inteprete critico della nostra contemporaneità aveva avviato con la stesura di uno dei suoi romanzi più importanti: Petrolio. Come egli stesso ebbe a rimarcare “Nello stesso tempo in cui progettavo e scrivevo il romanzo, cioè ricercavo il senso della realtà e ne prendevo possesso, proprio nell’atto creativo che tutto questo implicava, io desideravo anche di liberarmi di me stesso, cioè di morire. Morire nella mia creazione […] mi presi e mi smembrai. […] Dopo essermi ricostruito, mi smembrai. Dovevo essere tutti”. E’ nel suo sacrificio, è nel suo essere tutti che avvertiamo una verita scottante che oggi riscontriamo nella morte annunciata di una comunità, che dopo anni di silenzi, omissioni, retorica e falsità sarà smembrata. Vilipesa nel suo essere corpo sociale, nella sua vitalità relazionale. La notizia dello spianamento del vecchio Tennis Azzurro e delle preannunciate demolizioni dell’Idroscalo in nome di un ordine – che è atto e dominio – calato dall’alto di interessi che nulla hanno a che fare con quelli di un sociale vivo, creativo e generativo, è come un artiglio che affonda senza resistenza nella carne di una collettività che fa fatica a riconoscere se stessa, a ritrovare le proprie forze. Non abbiamo né interesse, né voglia di commentare un progetto che sarà imposto, non condiviso. Che sconferma il disagio sociale, non lo accoglie, non lo interpreta, non lo risolve. Che non fa rete o innova innestando linfa vitale nel tessuto urbano, ma accozzaglia, agglutinamento urbanistico. Un progetto che suona a un ‘mettersi a posto la coscienza’, una sorta di velo smandrappato come il cencio che copre il corpo del folle in una delle tante foto che ritraggono l’italia manicomiale pre-Basaglia, e dietro il quale – possiamo esserne certi, visti i precedenti e i tempi che (ancora) corrono – si stanno già scatenando grossi appetiti.
    Una comunità, quella dell’Idroscalo, che sarà spazzata via da un potere-ombra (forse poi manco tanto ombre), magari proprio come quello che ci fa capire Pasolini con il suo ‘Petrolio’, e che si insidierebbe attraverso tutto: sessualità, cospirazioni, intrallazzi e trame oscure. Difatti a cosa sono serviti gli innumerevoli studi, ricerche, denunce, conferenze, audizioni, ecc.?
    Nell’esperienza di Pasolini avvertiamo il riverbero dell’affanno esistenziale e del coraggio della verità di un altro grande protagonista della cultura europea: Anatole France. Il problema del male e del dolore è per France anche un mistero. Ossia ciò che, come in una bellissima prefazione di Sergio Zoppi al romanzo ‘La rivolta degli angeli’ viene rimarcato, turba “la coscienza degli angeli ribelli, quindi degli uomini che essi rappresentano, che per il bene dell’uomo essi cercano di risolvere” e che preferiscono “regnare nell’inferno piuttosto che servire in paradiso”. Perché lo stesso Lucifero non se la sente di dar battaglia al cielo e “diventare un tiranno come il vecchio Dio che si vorrebbe spodestare, e preferisce restare sulla terra a far del bene agli uomini”.
    Pasolini, come un povero diavolo, ha attraversato un secolo che già faceva presagire i disastri – da lui colti e aspramente denunciati – della società neocapitalista, con la sua disarmante disumanità mascherata di buonismo, la sua corruzione morale e la spettacolarizzazione mercatistica. Ma il suo sacrificio, all’insegna del voler ‘essere tutti’ e come quello del Cristo perché in entrambi è presente la consapevolezza che la vittoria è Spirito.
    Chissà quanti sapranno cogliere la preziosità di questi esempi e unirsi a noi in questo inequivocabile j’accuse contro l’attacco finale alla comunità dell’Idroscalo di Ostia.

    #1710
    s.cifiello
    Partecipante

    Parlar male di Pasolini di Stefano Cifiello

    Ci fu un epoca in cui “parlar male di Garibaldi” significava mettersi contro tutti. Eppure, se si vuole col “senno di poi”, i limiti politici e soprattutto militari del nostro “eroe dei due mondi” oggi sono più che evidenti.

    Così è di Pier Paolo Pasolini. Ci è voluto il “vate degli indifendibili” (Massimo Recalcati) che ha rimosso, qualche mese fa, la polvere che si era posata sui alcuni prodotti minori dell’ingegno pasoliniano, chiamiamolo così. Non mi interessa qui giudicare Pasolini, ma fornire materiale di riflessione.

    Così ritrovo – e poi voi continuate a parlar male del Web – “Contro i capelli lunghi” articolo del 7 gennaio 1973 sul Corriere della Sera. Così comincia PPP:
    “La prima volta che ho visto i capelloni è stato a Praga. Nella hall dell’albergo dove alloggiavo sono entrati due giovani stranieri, con i capelli lunghi fino alle spalle. […] Sono rimasti lì seduti per una mezzoretta, osservati dai clienti, fra cui io […] I due non hanno detto parola (forse – benché non lo ricordi – si sono bisbigliati qualcosa tra loro: ma suppongo qualcosa di strettamente pratico, inespressivo). Essi, infatti, in quella particolare situazione – che era del tutto pubblica, o sociale, e, starei per dire, ufficiale, – non avevano, affetto bisogno di parlare […] Si trattava di un unico segno – appunto la lunghezza dei loro capelli cadenti sulle spalle – in cui erano concentrati tutti i possibili segni di un linguaggio articolato”.
    Tralascio il resto. È sufficiente questo per me, ma ognuno ne faccia ciò che vuole: può ricercare l’articolo e leggerlo nel web, anche nella grafica originale. Anticipo che nella restante parte ritornano i soliti “temi pasoliniani”. Emerge però già in queste poche righe:
    • Il provincialismo estremo di quell’uomo definito “di cultura”, di già 50 anni, ma anche dei sui editori che consentono la diffusione su un quotidiano allora prestigioso (forse per deriderlo, chissà?) del pensiero di uno che fa “scienza delle proprie impressioni”.
    • La reificazione che PPP propone, tanto che i due individui sono già “non persone”, “capelloni”, per diventare via via meno che animali, non in grado di parlare, di comunicare: manichini, che non possono far altro che offrirsi allo sguardo degli astanti.
    Pasolini suppone che i due fossero lì a esporre i propri lunghi capelli come un prodotto di mercato, che una qualche Internazionale del Crimine Capitalista avrebbe voluto venderci, e che essi tacessero perché incapaci di parlare, in quanto rappresentati di una moda e non semplicemente perché “non avevano niente da dirsi” o per le altre 1.000 manchevolezze o eccessi soggettivi, che ciascuno si può trovare a sperimentare.

    1973, pensate all’Italietta che era, che dovette sguainare un Pasolini Intellettuale Comunista, che poté così dar voce a tutte le proprie idiosincrasie per fare la Morale, come un Curato di campagna: Destra contro Sinistra, Borghesia contro Proletariato, Europa contro Terzo Mondo, e anche lì Poveri contro Ricchi, senza neppure lontanamente rendersi conto di ciò che un qualsiasi ragazzetto di oggi supporrebbe immediatamente: “Ma forse quei due di Praga erano un po’ inebetiti, perché fatti?”.

    Pasolini guardava i capelli, come lo stolto guarda il dito, ma forse non ha saputo cogliere la droga che cominciava a farsi largo?

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