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    m.casalini
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    Nella mia esperienza come presidente del Comitato Unico Garanzia di una azienda sanitaria, osservo e tratto spesso il fenomeno della violenza di genere in chiave di Sociologa della Salute, un’esperienza che estendo all’impegno costante nelle associazione femminili contro la violenza, che costituiscono un osservatorio diretto del fenomeno. Penso che la violenza di genere sia attualmente molto commentata e analizzata con diversi dati numerici puntualmente rilevati, ma affrontata con un approccio principalmente giuridico e sanitario. La violenza di genere è un fenomeno che non subisce flessioni e sostanzialmente incontrastato. Manca un’azione politica complessiva efficace. Data l’assenza di un testo unico sul tema, tanti sono gli interventi legislativi che la trattano frammentandola nelle diverse sfaccettature con cui si manifesta. Le regioni, a loro volta, hanno un livello di legiferazione e pianificazione assai differente. Tutto ciò è anche dovuto al fatto che manca una corretta “lettura” culturale e sociologica del fenomeno e quindi anche della progettazione di azioni efficaci in grado di contenerlo, i cui effetti sono devastanti e non registrano flessioni.
    Ciò premesso, pongo l’attenzione su due fattori fra i tanti possibili spunti di riflessione: l’insistente richiamo ai numeri nel definirla, che non rappresenta il fenomeno nella sua complessità, e la violenza via social, gravemente misconosciuta, sottovalutata e scarsamente gestita.
    Un esempio di descrizione con “i numeri”: tra l’1 gennaio e il 7 novembre 2021 in Italia sono stati registrati 247 omicidi, con 103 vittime donne (una ogni tre giorni), di cui 87 uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 60 hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex partner. Sono alcuni dei dati contenuti nel report sugli “Omicidi volontari” curato dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della polizia. La percentuale di vittime donne sul totale degli omicidi volontari è salita dal 35% del 2019 al 40,5% del 2020. Nel 2021, fino al 7 novembre, risulta in ulteriore ascesa (41,7%). Questo è quasi sempre il punto di partenza della descrizione del fenomeno, ma a mio avviso è fuorviante, perché non è una questione di numeri o di statistiche. Per conoscere la violenza di genere e “generare” la “determinazione” ad affrontarla, dal livello politico alla società civile, si deve saper “sentire” l’accaduto, ossia abbattere la “soglia emotiva” che ci allontana dalla “consapevolezza” del fenomeno, un meccanismo spontaneo che permette di difenderci dai fatti emotivamente sconvolgenti. La non consapevolezza trova le sue radici socio culturali anche nel modello patriarcale a cui, in tutte le culture, sia uomini che donne genericamente aderiscono. La soglia emotiva alimenta l’omertà che, generalizzata nei gruppi e nella collettività, si legittima. Così si travolgono i diritti i quali, in questo caso, spesso rappresentano addirittura la sopravvivenza.
    Quando faccio formazione nella mia azienda, o ai volontari delle associazioni che contrastano la violenza, spiego e cerco di “trasmettere” che non è una questione di numeri. Per la donna che subisce violenza fisica, non è il male di un pugno allo stomaco, ma accettare la supremazia dell’altro mediante la paura costante. La violenza sessuale presenta un quadro di base simile a quella fisica ma aggravato perché viola la parte più intima di una donna e la priva del piacere sessuale (componente essenziale nella vita di una persona) barattato con il quieto vivere, la sopravvivenza e l’accettazione di non averne diritto. La violenza verbale, spesso aggravata dal contesto, è attivata per denigrare, impaurire e ripristinare gli equilibri di potere in famiglia o al lavoro, affermando così l’autorità e l’identità di chi la esercita, specie se percepita come gracile. La violenza psicologica annienta perché è una aziona quotidiana che condiziona ogni momento della giornata e della notte, e determina un mental carge emotivo devastante incompatibile con la condizione di autodeterminazione. La violenza economica limita e annienta le possibilità di scelta della donna nella vita, mettendo a repentaglio la sua sicurezza, il futuro, la serenità e la felicità per lei e per i propri figli.
    Nella mia esperienza sono questi passaggi che incidono e generano cambiamento nei momenti formativi. In numeri servono ma sono tanti, cambiano spesso, si prestano a diverse letture, si dimenticano facilmente.

    La riflessione sulla violenza via social e l’analisi del fenomeno nella web society si presta a dettagliate analisi sociologiche in quanto è un fenomeno collettivo, improvviso, globale, con effetti potentissimi e capillari sulla vita individuale. Non è solo più veloce e amplificato, è radicalmente diverso. Via web non si attivano le leve di controllo emotivo, di ruolo ecc., su cui si è fondato lo sviluppo del linguaggio nei millenni.
    Dati di ricerca riguardo all’odio via web che corre sui social evidenziano che le categorie più colpite sono, in ordine di grandezza e violenza degli attacchi, donne, musulmani, ebrei, migranti. Emerge tuttavia una certa stabilizzazione per quanto riguarda soprattutto le persone omosessuali e le persone con disabilità. Segno, probabilmente, della diffusione di una cultura più inclusiva, esito di campagne comunicative di inclusione sociale e dell’assetto normativo di maggior tutela che si sta via via costituendo, soprattutto per quanto riguarda le persone omosessuali. E’ il fenomeno della violenza che si inasprisce sul più debole perché facile preda, si amplifica in gruppo, si modifica come velocità, crudeltà, violenza ed emulazione grazie al web. L’odio, quando diminuisce via web, si può radicalizzare con manifestazioni “fisiche”. Le donne restano la categoria più colpita, seguita dagli ebrei. In Italia un “odiatore” via social su due se la prende con le donne. Il numero di click riguardano indifferentemente uomini e donne su tutto il territorio nazionale ma sul genere femminile 1 su 2 sono negativi. Oltre al conosciuto bodyshaming, sempre maggiori sono gli esempi di un lessico intollerante, rabbioso contro le donne che lavorano descritte come incompetenti, inutili, incapaci rispetto agli uomini. A parte le dinamiche tipiche della web society, questi esempi evidenziano profondi concetti sessisti i quali, incardinati in modelli sociali basati sul patriarcato, via social sprigionano tutta la loro negatività ossia l’odio e la violenza verso i deboli, tra cui le donne. La misoginia, aspetto culturale con cui si possono interpretare tali comportamenti, è scarsamente considerata dagli analisti.
    Espongo quindi ai lettori queste riflessioni emerse sulla base delle mie esperienze, come sollecitazione ad un confronto ed ulteriori contributi, sia riguardo l’analisi del fenomeno dal punto di vista sociologico, che alle possibili azioni di contrasto.

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