di Gunter Kampf

Pubblichiamo la traduzione di un breve articolo del Prof. Gunter Kampf, già in lingua inglese sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet (vol. 328, 20 novembre 2021). Studioso tedesco più volte citato e autore di moltissime pubblicazioni, il Prof. Kampf è medico ed epidemiologo, docente presso l’Institute for Higiene and Enviromental Medicine della University Medicine di Greifswald, in Germania. Abbiamo ritenuto opportuno rendere disponibili, in lingua italiana e nella loro interezza, le riflessioni del Prof. Kampf non certo per contribuire al rumore mediatico o al ‘gioco ideologico’ di cui siamo tutti un po’ ‘carnefici’ e un po’ ‘vittime’, anche per l’uso che viene fatto dei cosiddetti ‘social’. Quanto per stimolare la riflessione dei nostri iscritti, e degli avventori nel sito del nostro Lab, su una questione cruciale messa in evidenza dall’Autore e riguardo alla quale stride l’imbarazzante bisbiglio (per non dire totale silenzio), dei sociologi e degli scienziati sociali in generale. I nostri lettori noteranno, difatti, che per darsi ragione di quanto sta accadendo e suggerire ai decisori istituzionali le migliori misure da adottare per contrastare la pandemia, il Prof. Kampf accenna ad un’analisi storica e ricorre ad un concetto sociologico quasi a significare che la ‘nuda vita’, il mero dato epidemiologico, non significano nulla decontestualizzati storicamente e sociologicamente. Anzi, si rischia la vita oltre ad avallare pericolose involuzioni societarie ingiustificatamente limitative delle libertà individuali. A quasi 60 anni di distanza dalla pubblicazione di ‘Stigma. L’identità negata’, la lezione di Goffman appare, così, più che mai attuale e dovrebbe essere ripresa non solo per contrastare il malessere e l’isolamento sociale, cooperare in una prospettiva multidisciplinare al ristabilimento di condizioni ottimali di vita, abbassare la soglia della conflittualità sociale; ma anche per affermare il valore di una professione chiamata a trovare delle soluzioni ad un problema sociale.

Negli Stati Uniti e in Germania, la classe dirigente ha usato il termine di pandemia con specifico riferimento ai non vaccinati, insinuando la non rilevanza dei soggetti vaccinati per quanto concerne l’andamento epidemiologico del COVID 19. Ciò potrebbe aver incoraggiato qualche scienziato ad affermare che ‘i non vaccinati rappresentano una minaccia per i vaccinati contro il COVID 19’. Ma questa è una visione semplicistica delle cose.

E’ sempre più evidente semmai che i soggetti vaccinati continuano ad avere un ruolo rilevante nella trasmissione del virus. Nel Massachusetts sono stati rilevati, in diverse occasioni nel corso del mese di luglio 2021, 469 nuovi casi di positivi al COVID 19, 346 dei quali (ossia il 74%) riguardavano persone vaccinate in tutto o in parte. Di questi 346, 274 (il 79%) erano sintomatici. I valori del Ct (Cycle threshold) erano similarmente bassi tra le persone che erano state completamente vaccinate (mediana 22,8) e coloro che non lo erano affatto, o il cui stato vaccinale era sconosciuto (21,5), indicando così un alta carica virale anche tra le persone che erano già completamente vaccinate.

Solo negli Stati Uniti sono stati registrati 10.262 casi di persone vaccinate, al 30 aprile 2021, dei quali 2725 (26%) erano asintomatici, 995 (9,7%) ospedalizzate e 160 (l’1,6%) morte.

In Germania, il 55,4% di casi sintomatici affetti da COVID 19 di età superiore o pari ai 60 anni era costituito da soggetti che avevano già completato il ciclo di vaccinazione, e questa percentuale continua a crescere progressivamente di settimana in settimana. A Munster, sono stati registrati almeno 85 nuovi casi positivi al COVID 19 (22%), tra le 380 persone frequentanti una discoteca e che si erano già completamente vaccinate o avevano già superato il periodo di quarantena.

I vaccinati hanno certamente un minor rischio di incorrere in malattie gravi, ma rappresentano ancora una parte rilevante riguardo all’andamento della pandemia. E’, quindi, sbagliato e pericoloso attribuire tutta la responsabilità ai non vaccinati. Storicamente, sia gli Stati Uniti, sia la Germania hanno generato esperienze negative stigmatizzando parte della popolazione per motivi razziali o religiosi. Invito le classe dirigenti e gli scienziati a porre fine all’inappropriata stigmatizzazione delle persone non vaccinate tra i quali sono da contare i nostri pazienti, i nostri colleghi, e altri concittadini e a impegnarsi ulteriormente per mantenere unita la società.

COVID 19: La stigmatizzazione dei non vaccinati non è giustificata

Lascia un commento