L’attore Jude Law nel film Contagion, 2011, del regista Steven Soderbergh

DI UN INUTILE ALLARMISMO

di Stefano Cifiello

La Pseudo Pandemia da COVID 19, che stiamo vivendo, non è accostabile per numero di morti neppure lontanamente alle Pestilenze storiche e neppure alle Epidemie contemporanee, come ad esempio all’Influenza Spagnola, che determinò qui, lo dico una vola per tutte, la scomparsa del 2,5% della popolazione italiana (per lo più giovane), mentre l’attuale pseudo Pandemia arriverà, con tutto il rispetto, alla perdita al massimo dello 0,03/ 0,04% della popolazione(per lo più d’anziana).

Eppure tanti di noi 60, 70 enni hanno dimenticato, forse volutamente, di essere stati tutti sfiorati, se non colpiti da qualcosa di simile a un’epidemia, di cui i genitori parlavano sommessamente, che lasciava per sempre almeno il suo segno devastante sugli arti, fino a che qualcuno non ci mise in fila a scuola e ci vaccinò per sempre. Dove sempre a scuola ci avevano vaccinati per il Vaiolo e lì ci facevano le radiografie per valutare la TBC, perché la Scuola serviva anche a questo allora. Non come adesso che le maestre non possono lasciarti tornare a casa da solo, anche se ci sei andato a piedi come una volta, soprattutto se sei un ragazzino extra comunitario, mentre se sei italiano con la mamma in SUV. Ma questo è un altro discorso.

Certo è, in ogni caso, che quelle Pestilenze storiche ci hanno lasciato alcuni parametri culturali di riferimento, validi ancor oggi.

Dal Manzoni apprendiamo che se una malattia è terribile e non si conoscono altre soluzioni, in una condizione pre-scientifica, si aprono per la Società civile le due vie maestre, che come il Cardo e il Decumano, tagliano il problema:

  • O s’isolano i malati nelle loro case ed è la storia della Madre di Cecilia: “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci ….”.
  • O si concentrano nel Lazzaretto, che poi divenne Ospedale, così chiamato dal luogo con cui col Latino classico si accoglievano i forestieri, ma che nel Basso Medioevo divennero pellegrini e perciò bisognosi e malati.

Entrambe sono forme d’isolamento, di reclusione: una familiare e l’altra comunitaria, ma il senso allora fu dettato solo dalla volontà di separare i Malati dai Sani, così come i Cattivi dai Buoni.

Quando e perché l’appestato prendesse l’una o l’altra via non è dato sapere.

Don Rodrigo, che si ammala:

dopo una serata passata in compagnia di alcuni amici, durante la quale è stato molto allegro e ha divertito tutti facendo un bizzarro elogio funebre del conte Attilio, morto due giorni prima di peste … ,

vi è condotto vilmente (tradito dal servo infedele) a differenza di quanto accade alla Madre di Cecilia. Una possibile spiegazione è che restavano nelle case gli appestati che avevano dei familiari, che li potevano accudire e che, di fatto, erano condannati anch’essi a perire con loro, mentre gli altri, soli o espulsi dal nucleo familiare, ricchi o poveri non importa, don Rodrigo o Lucia che fossero, erano presi in carico dal Sistema pubblico. Forma di pensiero che da allora si protrasse in Italia ancora per secoli.

Certo che la peste del Manzoni fu davvero rivoluzionaria; alla fin fine ne uccise più fra i ricchi, che fra i poveri: solo Perpetua muore, mentre Tonio resta indementito.

L’isolamento: quello c’era e quello bastava. Accompagnato però dall’immaginare crudeli persecutori e untori e così per vendetta torturare e uccidere o attuare un sacrificio espiatorio umano di qualcuno, il più delle volte un misero o uno straniero. Si legga in questo senso la Storia della colonna infame (1842).

Occorre fare un altro salto all’indietro, perché l’altro esperto della Peste in letteratura – ma anche d’altro – è G. Boccaccio. Nel Decameron narra di un gruppo di giovani di buona famiglia, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni sono spinti fuori da Firenze per sfuggire alla Peste, che imperversava nella città (1348). Già nel Trecento si era capito che si poteva attuare un isolamento preventivo, per distinguere le persone, che non dovevano ammalarsi (i Ricchi) da quelle che si potevano ammalare liberamente (i Poveri).

Fin qui non c’è da stupirsi, come anche del fatto che durante questa Peste le minoranze fossero perseguitate: gli Ebrei in particolar modo. Il Papa Clemente VI emanò nel 1349 due Bolle in cui esternò che la malattia non era dovuta all’intervento umano, ma aveva una causa naturale o divina, e condannò le persecuzioni, scomunicandone i responsabili. Ciò detto per far intendere che la Curia Vaticana non è stata sempre e solo male.

Nel Trecento, come nel Seicento, a fronte di un comportamento tendenzialmente razionale delle Istituzioni, le risposte emotive del Popolo sono state altrettanto simili:

  • La colpevolizzazione del diverso.
  • L’auto mortificazione, l’autoflagellazione, come forma estrema di penitenza e devozione (anche se suddette manifestazioni furono bandite sempre dal suddetto Papa).

Il Sentimento Popolare declina la costruzione della colpa, delle responsabilità, in due modi antagonisti: verso l’esterno (lo straniero, l’ebreo o il misero) ma anche verso l’interno. Il Corpo sociale colpevole ed espiante, ristabilisce il patto col Dio sacrificandosi e punendosi.

Oggi la chiusura nella propria Casa, il baluardo della Famiglia contro il Virus, sono solo norme comportamentali regressive, senza alcun fondamento scientifico (a differenza di un corretto Distanziamento sociale, dell’utilizzo di Presidi adeguati e di Strumenti diagnostici efficaci).

Oggi lo sappiamo: si trattava di isolare i soggetti portatori del virus con test efficaci e di porli in Quarantena, come hanno fatto altri Paesi.

Si è scelta al contrario la via dell’auto immolazione, della flagellazione, per scongiurare una Punizione divina o per l’avvento di un Mondo Nuovo o per il ritorno del Piccolo Mondo Antico, ovvero l’esaltazione dello Spirito di corpo, del piccolo contributo individuale al benessere collettivo, esprimibile nella famosa frase:

Ask not what your country can do for you; ask what you can do for your country.

Vedo manifestarsi nel concreto, anche in cari amici, quella che Wilfred R. Bion (1897-1979) chiama, in altro campo, laNascita del Messia: l’auspicare una Rivoluzione straordinaria e indolore; l’Epifania di un Mondo più Giusto e più Nuovo, financo l’idea, più dei Cattolici, che altro, che saremo poi tutti più Buoni.

Morte individuale e Morte collettiva

Oggi temo la morte, la mia morte, che come individuo non conosco e non conoscerò, perché è il modo con cui precipita su di me singolo la Vera Terrorizzante Morte: quella dell’Orda primordiale (oggi chiamata in 100 modi: Patria, Famiglia, Umanità etc etc) ma che tale è rimasta nelle pieghe più profonde della psiche.

Nelle Pestilenze non è in gioco solo la morte dei singoli uomini, siano anche milioni, miliardi, ma il timore dell’estinzione di massa, dell’intera umanità, l’ultimo spauracchio che, vero o no, ha fermato i pazzi che avrebbero potuto spingere il bottone atomico.

Nella Pestilenza non si teme solo la propria di morte, ma quella della propria Famiglia, del proprio Villaggio che purtroppo, o per fortuna, ha preso il valore emotivo di quella piccola Orda primordiale da cui si è generata millenni fa l’Umanità. La morte del singolo, per quanto grande esso sia, è niente rispetto alla scomparsa del Gruppo di riferimento. Così ci si chiude nella propria casa, nel proprio villaggio, dimenticando lo scambio, anche di germi e di batteri. La Paura c’invade, ma se la contaminazione non avviene, le forze si affievoliscono e ben presto il gruppo endogamico si esaurisce.

C’è un capolavoro nella storia della cinematografia mondiale: è Il Settimo Sigillo (Det Sjunde Inseglet 1957) di Ingmar Bergman. Racconta del rapporto fra la Crisi di una Società e la Crisi di un Individuo, in un’epoca non certo contemporanea e oggi a noi quasi mitica. Narra del ritorno da una Crociata di Antonius Block, cavaliere e feudatario e del suo incontro con una società in piena crisi per una Pestilenza.

Lui ritorna nella sua terra, presumibilmente la Danimarca Medioevale, completamente esausto nel corpo e nella mente, dopo 10 anni in Terrasanta, per re-incontrare la moglie, che lo attende sola nel Castello avito.

Con occhio placido Antonius, osserva una società in lento disfacimento, che si sente abbandonata da Dio Semita, come qualche secolo prima dai suoi Dei Pagani, e cerca di ristabilire con loro un collegamento:

  1. Sacrificando con l’accusa di stregoneria e bruciando sul rogo il corpo di una giovane donna, una bianca pulzella.
  2. Osservando preti che in processione s’auto-flagellano e distruggevano volontariamente il proprio corpo, come già gli antichi sacerdoti romani della Dea Cibele.

Mi son sempre chiesto se questo calmo procedere di Antonius Block fra 100 piccole disavventure del suo viaggio sia dovuta al rispetto che sentiva che gli altri portavano per la croce sulla sua veste, per il suo scattante destriero, per il suo scudiero e compagno di viaggio Jöns, largo di spalle, svelto di mano e di coltello, o per la sua lunga spada e la cotta di maglia o per tutto ciò assieme. Nessuno discute la sua autorità, tanto che egli non deve neppure sfoggiarla. Gli altri, anche sconosciuti, gli chiedono se fare o non fare.

Egli è un tipo d’uomo che oggi non può più esserci in quella forma pura, e non per nostra singolare mancanza, o incompetenza, anche se lo possiamo evocare, come faccio qui, e in 1000 libri, film, fumetti o nelle parole auliche di Georg Wilhelm Friedrich Hegel: è il Padrone. Non solo il Padrone delle terre, del cibo, dei servi/ schiavi: è il Padrone della Morte.

Rappresenta pienamente colui che può dare la morte a un altro essere umano senza essere per questo perseguito, al massimo disturbato dal ripetersi continuo dell’evento. Non la dà certo per capriccio, né tanto meno per piacere, o per Giustizia, ma perché il Servo antico ha contravvenuto alla sua volontà (che è una sorta di necessità imperscrutabile), forse neppure espressa, contravvenendo con un qualcosa, che a noi servi moderni, potrebbe sembrare disobbedienza.

Non c’è scampo per noi, lo possiamo solo immaginare oggi. Non lo possiamo incontrare nella Società Civile, ma forse, forse c’è in qualche zona di Guerra o nei Campi di concentramento, che ci sono purtroppo ancora nel mondo, lontano dallo sguardo. Ma forse neppure lì. Perché per costoro oggi ci sono i Processi. C’è però.

Non c’è attorno a noi, ma lo evochiamo in continuazione quasi sia entrato nel nostro subconscio, nella forma piuttosto del Giustiziere: chi può uccidere i Cattivi, ma anche i Nemici (dai, non c’è molta differenza). Lui può fare quello che nel fondo, più fondo di ciascuno è celato: la Mossa di Macbeth. Un bel Colpo di scure in mezzo alla fronte a chi ci importuna.

Antonius Block è doppiamente raro perché egli è unico, per quel che mi risulta, che riesca a realizzare l’ultimo desiderio di ogni individuo umano, al cospetto del Padrone del Padrone (come Abramo fece con D-o davanti a Sodoma, mercanteggiare), ottenere tempo dalla Morte:

Antonius Block: Chi sei tu? 

Morte: Sono la Morte. 

AB: Sei venuta a prendermi?

M: È già da molto che ti cammino a fianco.

AB: Me n’ero accorto.

M: Sei pronto?

AB: Il mio spirito lo è. Non il mio corpo. Dammi ancora del tempo!

M: Tutti lo vorrebbero… Ma non concedo tregua.

AB: Tu giochi a scacchi, non è vero?

M: Come lo sai?

AB: Lo so. L’ho visto nei quadri. Lo dicono le leggende.

M: Sì, anche questo è vero, come è vero che non ho mai perduto un gioco.

AB: Forse anche la Morte può commettere un errore.

M: Per quale ragione vuoi sfidarmi?

AB: Te lo dirò se accetti.

M: Avanti, allora.

AB: Perché voglio sapere fino a che punto saprò resisterti… e se dando scacco alla Morte, avrò salva la vita. Ti tocca il nero.

M: Si addice alla Morte, non credi?

Straordinario! Antonius Block è Padrone delle Morte nei due sensi, da un lato porta la Morte, ma anche la controlla, in qualche modo si è fatto amico la Morte, gioca con lei, come quel cavaliere, ritratto da Albrecht Dürer (1513). Sa che è lui stesso che porta la Morte, quasi che sia lui stesso quella Morte, e infatti tutti i personaggi che lui incontrerà, con modalità diverse saranno toccate dal Cupo Mietitore. Quindi il suo unico e ultimo compito sembra poter evitare quel momento a qualcuno. Poter portare una piccola salvezza terrena, l’unica possibile, non certo quella eterna, a pochi: ai tre apparentemente più semplici (alla famiglia composta da Jof, Mia e dal piccolo Mikael) e colta d’acchito, visto il nemico terribile che si porta dietro, e così lo farà, barando, facendo cadere i pezzi della scacchiera. Non prima però d’aver descritto ciò in cui egli crede, ciò per cui val la pena vivere, che non ha a che fare con un Dio, né con una Casata, né con una Donna:

Lo ricorderò, questo momento: il silenzio del crepuscolo, il profumo delle fragole, la ciotola del latte, i vostri volti su cui discende la sera, Mikael che dorme sul carro, Jof e la sua lira … cercherò di ricordarmi quello che abbiamo detto e porterò con me questo ricordo, delicatamente, come se fosse una coppa di latte appena munto che non si vuol versare. E sarà per me un conforto, qualcosa in cui credere.

Difficilmente quelli chiusi nei loro fortilizi potranno udire queste parole così belle e neppure le rime sguaiate e triviali dello scudiero Jönse le urla di terrore del teologo diventato ladro, punito in terra con la peste, ma certo udranno prima o poi i tre tocchi ferali.

MEMORIE DI UNA PANDEMIA/1