“L’individuo è il prodotto di una storia di cui cerca di diventarne il soggetto”

La sociologia clinica è nel mezzo tra la sociologia, la psicologia e la filosofia. Offre uno sguardo sulle perplessità della vita e cerca di offrire un trattamento per queste problematiche.

di Sonia Santoro

Quando il figlio di un operaio sindacalista finisce per sposarsi con la figlia di un borghese, diventa il nemico di suo padre? Se un immigrante lascia il proprio paese alla ricerca di un posto migliore per vivere in un altro, e si adatta facilmente alla sua nuova vita, sta tradendo le proprie radici? E’ possibile ereditare un’impresa o una professione di famiglia, e conseguire un’identità autonoma? Se ogni individuo è l’imprenditore della propria vita, cosa succede quando non ha successo? Domande alle quali è difficile trovare una risposta. Paradossi che interferiscono con lo svolgersi delle nostre esistenze personale e sociale, sono quelli che tratta il francese Vincent de Gaulejac nell’ambito di una cornice concettuale che sta a cavallo tra la sociologia, la psicologia: la sociologia clinica. Dalla Francia, in questa intervista con Pagina/12, affronta alcuni nuclei centrali del suo lavoro.

  • Quando e perché è approdato alla sociologia clinica?

V.d.G.: E’ una lunga storia. Una prima motivazione è stata l’insoddisfazione provata per la sociologia fortemente influenzata dai suoi autori, in particolare Pierre Bourdieu, che nel suo Le Metier de sociologue, un libro del 1968, già dichiarava che la maledizione del sociologo era l’essere costretto a lavorare con oggetti che parlano. Era il periodo in cui la sociologia diffidava dell’esperienza della soggettività, e di tutto ciò che aveva a che vedere con la dimensione affettiva. Era un’epoca in cui la sociologia era molto antipsicologica. In realtà, questi autori avevano letto molto male Durkeheim, uno dei fondatori della sociologia, il quale affermò che quando non era più sufficiente la spiegazione sociologica, bisognava orientarsi verso la psicologia. Fu così che sentii che la sociologia era molto oggettivante, molto scientista, che non arrivava ad intercettare le intime relazioni tra l’essere dell’uomo e l’essere della società, che era una delle espressioni del Collège de Sociologie sviluppatosi in Francia a partire dal 1937-38. Io direi che la fortuna del sociologo clinico è che non tratta con oggetti, ma con soggetti. Così nacque l’idea di prendere meglio in considerazione i destini umani, basandosi allo stesso tempo sulla sociologia di Bourdieu, la psicoanalisi di Freud e l’esistenzialismo di Sartre. Ciò, in particolare, adottando una procedura esposta in un mio contributo il cui titolo è L’histoire en héritage: roman familial et trajectoire sociale (La storia ereditata: romanzo familiare e traiettoria sociale, 1999, N.d.R.). Il romanzo familiare ha a che vedere con il fantasma che gli uomini costruiscono riguardo alle proprie origini. La traiettoria sociale ha a che vedere con l’analisi delle posizioni sociali, a partire da indicatori sociologici come il capitale sociale, il capitale culturale e quello economico. Il contributo di Sartre è quando afferma che “non è importante ciò che si fa di noi, ma quel che facciamo noi stessi di ciò che hanno fatto di noi”. Da qui l’ipotesi che l’individuo è il prodotto di una storia di cui cerca di diventarne il soggetto. E da lì l’idea di introdurre l’approccio clinico nella sociologia per analizzare, con le persone coinvolte, il proprio romanzo familiare e la propria traiettoria sociale.

  • Lei ha studiato i conflitti delle persone che cambiano classe o cultura e li ha definiti in termini di ‘nevrosi di classe’. Può spiegarci cosa intende con questo concetto che unisce termini della psicologia e della sociologia?

V.d.G.: L’ipotesi di base di questo approccio è che – sia stata una scelta volontaria, oppure subita – il cambiamento di classe sociale genera conflitti ma non necessariamente una nevrosi di classe. Conflitto, per esempio è il fatto di doversi confrontare con habitus differenti; l’habitus è un concetto sociologico che si riferisce all’idea che uno interiorizza modi di essere e di fare in funzione della posizione sociale di origine. E’ la concezione che ci fa distinguere la gente mal educata dalla gente ben educata. “Elevé” in francese sta ad indicare non solo chi ha un livello di formazione più elevato ma, questo essere elevato, lo sarebbe anche in relazione alla struttura sociale e questa concezione, in francese, si riferisce anche alla convinzione che le persone più “elevé” sarebbero le più educate. L’assunto è che c’è una componente di violenza nelle relazioni sociali, tra le classi sociali, che si manifestano attraverso processi di squalifica, svalorizzazione, giustamente in funzione di un specifico modo di essere e di fare. Dopo ci sono altri conflitti che sono legati al cambiamento di posizione sociale: il fatto di sentirsi superiori o inferiori e di interiorizzare sentimenti di illegittimità o conflitti di fedeltà in relazione con le origini sociali di ognuno. Per esempio, ci possono essere alcuni che ottengono un’importante promozione sociale, un’ascesa, e viverla come un tradimento di classe. In passato ho osservato, per esempio, che tra i miei colleghi universitari alcuni facevano quello che allora definii una “nevrosi di tesi”: non riuscivano a superare l’esame di tesi non per il fatto che fossero incompetenti ma perché vivevano come un conflitto il fatto di diventare dei dottori, come se stessero tradendo le proprie origini, occupando una posizione superiore. Pertanto, tutti questi cambiamenti di classe sono sempre conflittuali, anche se non necessariamente sviluppano poi una nevrosi. La tesi che sviluppo nel libro La névrose de classe: trajectoire sociale et conflits d’identité (La nevrosi di classe: traiettoria sociale e conflitto d’identità, 1987, N.d.r.), è che per diventare nevrotici questi conflitti devono sovrapporsi ad altri di diversa origine, che la psicoanalisi ci permette di osservare, sia dal lato dell’eziologia sessuale della nevrosi e sia dal lato dei conflitti edipici più inconsci. Da lì l’interesse per questo concetto, “nevrosi di classe”, provando a costruire ponti tra la psicologia e la sociologia.

  • Esiste un trattamento per la nevrosi di classe?

V.d.G.: Bisogna capire che non c’è nulla di patologico nella nevrosi di classe. Sono conflitti esistenziali. Per cui non hanno niente a che vedere con la medicina, né con lo psicoanalista, bensì con un trattamento che ha più a che fare con una riflessione sulla propria storia personale, sui conflitti connessi con questa stessa storia. Per questo, con alcuni colleghi abbiamo sviluppato dei gruppi di coinvolgimento e di ricerca dove la gente viene a lavorare sulla propria storia per cercare di comprendere al meglio i propri conflitti. L’idea del coinvolgimento e della ricerca ha a che vedere con lo sviluppare allo stesso tempo il lavoro su se stessi e la comprensione dei meccanismi e dei processi in gioco al fine di capire i conflitti della propria storia. Solitamente questi lavori si svolgono separatamente. Il lavoro su se stessi lo si fa in psicoterapia e la ricerca, invece, all’università. Questi gruppi cercano di articolare in uno stesso spazio questa doppia preoccupazione, questo duplice modo di fare ricerca su se stessi.

  • Quali sono attualmente gli ambiti più toccati da questi conflitti? Immigranti, classe operaia, diversità sessuale?

V.d.G.: Certamente, in tutti i casi che lei cita parliamo di persone che sono toccate dai conflitti. Però questi conflitti sono vissuti con maggior difficoltà quanto più uno li vive in maniera isolata, solitaria. Per esempio, quando tutta la famiglia emigra e tutti si confrontano con lo stesso problema, le solidarietà familiari fan sì che uno si senta meno preso da un conflitto interiore e che capisca che ciò che gli accade ha a che vedere con questioni economiche e sociali in gioco e che producono il malessere vissuto. La stessa cosa accade quando uno cambia classe sociale, sia che sia l’unico a cambiare sia che la cosa coinvolga tutta la famiglia. Nel caso delle minoranze sessuali succede che, in generale, chi soffre pensa di essere l’unico. Per questo è importante che queste persone possano capire cosa gli accade e unirsi con gente che ha lo stesso problema. E’ per questo che noi, nei gruppi di coinvolgimento e ricerca privilegiamo il lavoro di gruppo, affinché le persone si rendano conto che non sono solo loro a confrontarsi con gli stessi problemi.

  • Se il destino è ciò che abbiamo ereditato dalla nostra famiglia e la nostra storia sociale, come possiamo costruire il nostro futuro? Come possiamo superare le contraddizioni che implicano dei cambiamenti?

V.d.G.: E’ per questo che Sartre è interessante e il lavoro clinico è interessante. Se non possiamo cambiare la nostra storia, possiamo modificare la nostra relazione con essa. Cioè, il modo in cui la storia si attua in noi. E questo è il tipo di lavoro che la clinica sociologica consente di fare. E’ una clinica della storicità: significa che i conflitti del presente sono condizionati dalle contraddizioni non risolte del passato. Quindi, lavorare sulla propria storia vuol dire capire come i conflitti del presente sono condizionati, al fine di poter immaginare un futuro e pertanto costruire questo futuro, pressoché eliminando il rischio di rivivere indefinitamente gli stessi conflitti.

  • Cosa succede quando i figli avvertono che devono adempiere al mandato familiare, seguire le orme del padre o farsi carico di un’impresa di famiglia?

V.d.G.: Ci sono due aspetti da considerare, uno è la questione soggettiva del progetto genitoriale: cosa piacerebbe ai miei genitori che io diventassi? E c’è anche la dimensione oggettiva dell’eredità. Per esempio, quando uno eredita un’impresa o una casa di famiglia. Allora, bisogna prendere in considerazione sia gli aspetti soggettivi sia quelli oggettivi, articolandoli tra loro. Sul piano soggettivo, è importante vedere fino a che punto resiste il progetto genitoriale nell’individuo, nella misura in cui si è radicato profondamente nella costruzione dell’ideale dell’io, per esempio (l’ideale dell’io è la concezione sostenuta da Freud, quando si riferisce a quell’ideale a cui dobbiamo rispondere per poter essere amati; allora il bambino interiorizza le proiezioni dei suoi genitori su di lui, tutte le loro aspirazioni narcisiste, le speranze che non sono riusciti a realizzare e chiedono al bambino di realizzare queste promesse, che soddisfino i loro desideri narcisisti). Questo è l’aspetto più psicologico: come afferma Freud, l’ideale dell’io si costruisce all’incrociarsi tra le aspirazioni narcisiste e gli ideali della società, gli ideali di successo, per esempio; oggigiorno, tutti i genitori sognano che i propri figli possano essere come Maradona, o campioni di tennis, o Papa Francesco. Questo è il progetto genitoriale; e l’altro è l’aspetto oggettivo dell’eredità che uno riceve.

  • E che succede con l’eredità?

V.d.G.: Un’eredità genera degli ereditieri. Pertanto, la sua domanda ci rinvia ad una delle contraddizioni fondamentali nella quale ci ritroviamo e cioè l’essere degli ereditieri leali in relazione con la tradizione e, allo stesso tempo, costruirci come soggetti autonomi, liberi e desiderosi, quindi, di liberarci dell’eredità. Il tema di fondo è: come scendere a patti tra questi differenti aspetti. C’è chi si ingabbia completamente nella posizione di ‘ereditiere’ e non riesce a costruirsi un’identità differente da quella ereditata. E altri pensano che la libertà è rompere completamente con l’eredità e la trasmissione intergenerazionale. In realtà, io credo che queste due posizioni estreme rappresentano tentativi disperati di liberazione. L’identità acquisita è, da un lato, l’identità ereditata e, dall’altro, quella che Paul Ricoeur definisce “identità narrativa”, cioè, costruirsi come un soggetto e conquistare una propria autonomia con riferimento a quanto ereditato. La tensione tra le due è interessante.

  • Spingendosi oltre la lotta di classe, lei afferma che viviamo un periodo storico caratterizzato dalla “lotta per il proprio posto nel mondo”, qualcosa per cui le persone si sentono sollecitate a costruirsi il proprio lavoro. Quindi ogni persona è “condannata a realizzarsi”?

Effettivamente, un delle ipotesi è che oggigiorno la lotta per il proprio posto nel mondo sostituisce la lotta di classe. Il presupposto è che, fino alla fine del secolo XX, l’identità ereditata era la determinate essenziale del destino di ogni singola persona. Vale a dire, che i figli degli operai erano operai, quelli dei contadini erano contadini e i figli a loro volta contadini. Quindi, la riproduzione sociale era la legge. Oggigiorno, invece, la mobilità sociale è diventata la legge. Per ragioni oggettive, un secolo fa più del 50% della popolazione attiva in Francia lavorava nell’agricoltura; oggi non supera il 3%. Un 35% apparteneva alla classe operaia e oggi si attesta tra il 10 e il 15 %. E le classi sociali stanno scoppiando, la classe dei contadini già non è più una vera classe sociale. La lotta per il proprio posto nel mondo sta a significare che ogni individuo si rimette a se medesimo per avere un’esistenza sociale. Può contare solo su se stesso. E’ un fenomeno mondiale. E’ l’individualismo, l’ideologia della realizzazione di se stessi; ed è anche l’ideologia del management (della gestione, N.d.R.) che si è sviluppata molto col neoliberalismo, la quale afferma che ogni individuo è l’impresario o l’imprenditore della propria vita. L’Io di ogni individuo è un capitale che ciascuno deve essere in grado di far fruttare, di sviluppare. Pertanto, la posizione sociale non dipende più tanto da ciò che viene ereditato ma dalla propria capacità, dalla propria volontà. Questa è la lotta per il proprio posto nel mondo, la lotta che ogni individuo è sollecitato a sostenere per avere un’esistenza sociale.

  • Quali sono le conseguenze di questa lotta?

L’essere in competizione con gli altri, ovviamente, ciò che allo stesso tempo è un’emulazione ed un’alienazione che, però, produce soprattutto molta tensione psicologica e questo perché l’individuo ha interiorizzato l’idea che se non ha successo è perché non serve a nulla o guasto, è inutile, non è ben istruito o lo è troppo. E’ una delle ragioni per cui compaiono i disturbi psicologici, i disturbi narcisistici o le tensioni sul luogo di lavoro che prendono il nome di stress o di burn-out. Tutti questi sintomi dipendono dalla lotta per il proprio posto nel mondo.

  • Quali sono i costi dell’eccellenza e dell’esclusione nella società attuale? E’ possibile affermare che la disuguaglianza provoca stress e vergogna, più che le componenti della personalità dei singoli? 

Abbiamo già osservato che sviluppo hanno avuto nelle aziende, ma anche nei luoghi della formazione, le conseguenze di questa lotta per il proprio posto nel mondo. Da un lato, la lotta per l’eccellenza al fine di ottenere le migliori collocazioni nell’azienda e nella società, in politica, quello che si traduce in una forte competitività. Dall’altra, le conseguenze sul piano dell’esclusione, perché l’eccellenza produce esclusione. L’eccellenza è emergere. L’esclusione è sprofondare. Ma, comunque sia, hanno la stessa radice e permane una contraddizione fondamentale che dipende da questa esigenza d’eccellenza. Essere eccellente vuol dire essere fuori dal comune. Se tutti sono fuori dal comune, in cosa si trasforma il mondo comune? Or bene, il mondo comune, secondo Hannah Arendt è costruire una coesistenza, lo stare uniti della società. Per questo la ricerca dell’eccellenza è distruttiva per la società.

© Pagina/12, 2014 – Traduzione di Gianluca Piscitelli, 2019

Vincent de Gaulejac e i paradossi della vita quotidiana