di Everardo Minardi

In una condizione di isolamento sostanziale ciascuno di noi si chiede “dove siamo finiti”. 

Anche se la risposta ormai comincia, nella confusione generale, a delinearsi chiara e pesante per tutti, indipendentemente dalla condizione sociale. Ci troviamo in una situazione che saremmo riusciti ad immaginare solo nelle vicende del passato o di paesi e popoli lontani da noi, in preda ad un impoverimento progressivo ed ineliminabile.

Ora tutti noi siamo dentro, non ai margini, ad una situazione del genere, a cominciare dalla nostra città, che vediamo deserta, cioè morta nel suo cuore, fino ad arrivare a territori metropolitani come la Lombardia e comunque all’area padana, dove l’Innominabile e Invisibile continua la sua corsa distruttiva.

Ciò che colpisce è la nostra sostanziale impreparazione, a tutti i livelli, di fronte alla deflagrazione non di un evento, ma di un processo di tali dimensioni; una deflagrazione distruttiva potenzialmente ancora più forte degli eventi bellici che stanno alle nostre spalle e di cui le generazioni più anziane non hanno in gran parte oggi alcuna memoria diretta. Ma non di un evento stiamo parlando, ma di un processo di destrutturazioni progressive che colpiscono la vita sociale, il mercato, le istituzioni di governo (dal locale al nazionale all’europeo), le sedi della istruzione e della formazione, le imprese di qualsiasi livello. All’inizio si pensava che ce la si poteva fare, perché c’erano i medici di base, le case della salute, gli ospedali, addirittura gli ospedali di comunità (così si chiamano i piccoli ospedali, che non si riducono a case di riposo sanitarie). 

Ma pensavamo che anche se dovevamo subire qualche restrizione, poi le cose si potevano mettere a posto; perché abbiamo le conoscenze e le competenze per programmare, sviluppare, controllare, oggi anche prevenire (anche se non proprio in maniera adeguata); anche fare le variazioni e gli adattamenti necessari, ben regolamentati e riconosciuti.

Poi ci accorgiamo, se mettiamo il naso fuori casa, anche se solo per comprare qualcosa da mangiare, che l’unico fattore di ordine sociale, economico e così via, sono … le forze dell’ordine, che giustamente fanno il loro mestiere non solo per prevenire la pandemia, ma anche per impedire le usuali manifestazioni della criminalità giornaliera.

Da ciò per la  nostra città, la comunità di cui facciamo parte, quali conseguenze possiamo trarre? È difficile a dirsi, perché “singolarmente” posso già essere in grado di fare previsioni di un cambiamento strutturale, non congiunturale, della vita economica, sociale e anche politica di ciò che ci circonda; ma, oltre alla nostra visione (spesso un po’ intellettualistica) delle cose, che cosa pensano, fanno e faranno tutti gli altri 49 mila concittadini della nostra città? In termini collettivi, cosa sta succedendo e che cosa succederà nella fase calante dell’”incoronazione generale” della nostra vita quotidiana?

Alcuni trends si potrebbero già osservare: la ripresa del ruolo e del peso che l’agricoltura con le persone, le famiglie, le imprese (cooperative e non) che in essa operano sta acquisendo nella economia non solo locale; poi, le attività delle persone, delle imprese che si occupano della manutenzione delle condizioni di vivibilità della città (dalle risorse ambientali a quelle dei trasporti); poi il peso crescente che hanno conquistato, (anche tra gli increduli) le nuove tecnologie di informazione e di comunicazione per andare oltre il mito della Tv e creare le condizioni per partecipare alla costruzione di un nuovo mondo intelligente (lo smart working) dove non stare solo passivi, ma attivi e creativi.

Ma tutto questo, dove? In una città e in una società vuota, dove la comunicazione senza la socializzazione diviene un’altra modalità del consumo a cui ci eravamo ormai assuefatti, dove la partecipazione alla vita sociale e politica (che era ormai diventata molto formale e dettata dalle norme anche della burocrazia) non viene sostituita da altre modalità di vita sociale?

L’autoreferenzialità e il narcisismo, come ulteriore degenerazione dell’individualismo da cui eravamo consumati e depersonalizzati, rischiano di diventare un’ulteriore forma di degenerazione e di disordine della vita sociale.

Quindi, la nostra visione e proiezione nel sociale è semplicemente negativa? No, certamente, perché si sta leggendo proprio nei social media qualcosa di innovativo: una crescita vigorosa della domanda di informazione e di conoscenza; la ricerca di modalità interattive di condivisione di sentimenti, emozioni, rappresentazioni; la ridefinizione dei linguaggi della comunicazione tra le persone, anche con quelle che ricoprono ruoli sociali e politici riconosciuti; linguaggi che perdono la loro formalità, indeboliscono il rimando alla normativa ed alle sue formule; la ricerca di una empatia profonda che consenta la comprensione di ciò che si sta vivendo singolarmente, nella famiglia, nel rapporto con i figli piccoli.

Quindi, tanti legami si allentano e si sciolgono, altri si generano, si rigenerano e si rafforzano facendo emergere nella vita sociale una sorta di rafforzamento (lo chiamano empowerment) di tanti angoli, contesti, piazze, quartieri e situazioni, dove le persone possono costruire reti sociali non formali, ma sostanziali, non per competere con gli altri per vincerli sempre e comunque, ma per condividere le attività volte a produrre reddito (la chiamano sharing economy, non economia di capitale), costruire attività organizzate in imprese volte non solo a premiare il capitale economico investito, ma anche e soprattutto a costruire nell’ambiente e nel territorio le condizioni per produrre benessere collettivo della comunità (il welfare di sistema, con le sue organizzazioni per la salute e la protezione sociale, così che diventi Welfare di comunità) e le condizioni necessarie perché le persone, le famiglie condividano il Wellbeing, il “sentirsi bene” al di là dei meccanismi preventivi e protettivi del sistema di Welfare.

Quindi, cominciamo dalla comunità locale, facendo forza sul capitale della sua tradizione storica, sociale, culturale, rimettiamo in evidenza ciò che compone la identità sociale e culturale del suo territorio.

E le organizzazioni della promozione sociale, della mutualità economica, della solidarietà e del settore culturale diano forza e riconoscimento alle reti sociali che le persone, le famiglie, le diverse espressioni della vita politica economica e sociale costruiscono quotidianamente per dare peso a ciò che compone la vita di una comunità.

La vita di una città non si riconosce solo nel ruolo delle imprese e delle istituzioni del governo locale (a cominciare dal Comune, piccolo o grande che sia), non si riduce solo alla considerazione della mera individualità delle persone, ma guarda sempre con attenzione agli ambiti e agli spazi della sua rigenerazione nel tempo e nello spazio: le reti sociali tra le persone, le famiglie, le organizzazioni della solidarietà, le imprese; quindi, tra i cittadini che anche la nostra Costituzione riconosce al centro della vita.

Emergenza COVID 19 – Costruire le reti sociali tra le persone, le imprese e le istituzioni per dare senso alla vita di comunità
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