di Ilaria ISEPPATO (*), Michela LUPI (**)

Abstract. La sociologia offre interessanti riflessioni, in particolare modo in relazione alla costruzione sociale delle emozioni: se è vero che neurobiologicamente e da un punto di vista scientifico le emozioni sono neutre, lo stesso non si può dire da un punto di vista sociale. Ogni società, ma anche famiglia o qualsiasi altra forma di aggregazione sociale definisce quali emozioni sono accettate, quali etichette linguistiche utilizzare per descriverle, norma le modalità di manifestazione delle stesse e plasma, al contempo, la capacità dei suoi membri di riconoscerle, interpretarle e viverle. Possiamo affermare che le emozioni sono una potentissima chiave di lettura del rapporto tra individuo e contesto sociale, a qualsiasi livello: una chiave sociologica utilissima nelle sessioni di training e coaching e non solo.


1. La lettura sociale delle emozioni

Ogni buon coach, trainer o facilitatore di intelligenza emotiva sa che le emozioni hanno una chiara derivazione chimico-fisica e abbraccia la lettura che le più moderne ricerche neuroscientifiche danno rispetto alle emozioni: esse non sono altro che dati, informazioni più o meno piacevoli, che senza alcuna distinzione rispetto alla loro dignità arrivano per chiarirci meglio cosa sta avvenendo dentro e fuori di noi. Questa dimensione che possiamo definire intrapsichica del dato emozionale ci aiuta, se adeguatamente compresa, accolta e validata, a comporre, unitamente ai dati logico-razionali in nostro possesso, il quadro della situazione che stiamo vivendo e a decidere con maggiore consapevolezza e chiarezza quale step vogliamo compiere e in quale direzione.

Sembrerebbe un’operazione semplice: riconosco cosa provo, posso liberamente concedermelo e condividerlo con gli altri, scelgo in che modo sfruttare questa energia e come metterla a terra. Sappiamo, invece, che semplice non è affatto, non soltanto poiché richiede un costante e profondo allenamento dei nostri muscoli socio-emotivi, quelle competenze che ci permettono di essere “intelligenti con le emozioni” (Freedman, 2018), ma anche perché la dimensione sociale e culturale agisce prepotentemente sulla nostra capacità (e libertà) di riconoscere, sentire e manifestare i sentimenti[1].

Le emozioni, da un punto di vista sociale non sono affatto neutre: ogni società, ma anche famiglia o qualsiasi altra forma di aggregazione sociale definisce quali emozioni sono accettate, quali etichette linguistiche utilizzare per descriverle, norma le modalità di manifestazione delle stesse e plasma, al contempo, la capacità dei suoi membri di riconoscerle, interpretarle e viverle.

Tale dinamica non risparmia nessuna emozione, nemmeno quelle cosiddette “primarie o fondamentali”, per ciascuna delle quali la teoria delle espressioni facciali universali (Ingrassia, 2018) riconosce una mimica facciale ben precisa manifestata allo stesso modo (ovvero utilizzando gli stessi muscoli del volto) da qualunque persona al mondo, a prescindere dall’età, etnia, genere, istruzione, livello culturale, luogo di provenienza. Rabbia, paura, disgusto, sorpresa, felicità e tristezza sono sì delineate attraverso precise microespressioni facciali universali, ma non per questo in ogni aggregato sociale è ugualmente permesso a tutti e in qualsiasi circostanza manifestarle: al contrario, ogni società (ed in particolare i suoi valori e la sua cultura) influenza largamente le reazioni comportamentali che conseguono a tali emozioni.

Sfogliando i testi di sociologia delle emozioni (Cerulo, 2018; Iagulli, 2011), un esempio frequente è quello delle celebrazioni funebri: nelle società occidentali contemporanee è “buona norma” manifestare tristezza, ma in maniera composta e per un tempo coerente con la durata dell’evento, mentre un sorriso legato ad un’emozione piacevole (magari evocata da un ricordo felice) sarebbe probabilmente giudicato sconveniente. In altre culture e contesti sociali, invece, potrebbe accadere l’esatto contrario, ovvero il rito è un momento di gioia di festa, dove il sorriso è concesso.

In generale, grande differenza fa come abbiamo introiettato e appreso socialmente ciascuna emozione, per esempio in base al genere, allo status sociale, all’età, all’etnia di appartenenza. Pensando al nostro contesto sociale… uomini e donne si danno il permesso di manifestare la tristezza allo stesso modo, magari piangendo in pubblico? Ci si aspetta che un adulto manifesti la gioia con la stessa intensità di un bambino? La rabbia è socialmente accettata da chiunque allo stesso modo? Èappropriato per tutti i ruoli professionali manifestare la paura? (Iseppato, 2021).

Un’ulteriore riflessione meritano tutte quelle emozioni di inequivocabile matrice sociale (e morale), ovvero definite e normate dalla società stessa attraverso le interazioni tra individui e sistema nel quale sono inseriti: esse fungono da vero e proprio collante sociale e, tendenzialmente, sono spiacevoli per chi le prova proprio per assolvere alla loro funzione regolativa. Senso di colpa, imbarazzo o vergogna, umiliazione contribuiscono a mantenere un grado soddisfacente di conformismo e integrità sociale e ad arginare eventuali fenomeni di devianza emozionale, pena il disagio (o addirittura il dolore) di fronte alla propria comunità sino ad una eventuale estromissione. La cogenza normativa di queste emozioni è tale che riescono a sortire il proprio effetto anche senza la presenza fisica dell’“altro generalizzato” teorizzato da Mead (2010), ma è sufficiente immaginare cosa succederebbe se l’altro scoprisse cosa proviamo e quali azioni a tale emozione sono seguite.

In un continuum tra libertà e vincolo sociale (forse entrambi mai pienamente realizzabili), quanto mi riconosco nella definizione di ciò che è emozionalmente deviante da ciò che non lo è, nel contesto sociale in cui vivo o lavoro?

Ecco allora che affiancare ad una lettura squisitamente intrapsichica una lettura sistemica delle emozioni è essenziale per una pratica di coaching e training (a qualsiasi livello) che tenga conto del fatto che ogni scelta, decisione, performance non può prescindere dall’intervento di dinamiche emotive, a loro volte influenzate da una molteplicità di fattori sociali intersecantesi. Vediamo cosa ci dice la sociologia riguardo aspettative sociali e regole emotive, la cui validità è più che mai attuale.

2. Lavoro emotivo, lavoro emozionale e fatica emotiva

Che cosa ci porta ad avere bisogno di un’armatura? Ad essere quella donna, compagna, lavoratrice, madre, padre, lavoratore, compagno che la società ci chiama ad interpretare?

Queste sono le domande alle quali abbiamo provato a dare una risposta. Sappiamo che per noi umani – e non solo – far parte di un gruppo è fondamentale per la nostra sopravvivenza e sappiamo che siamo anche molto bravi ad aggiustare le nostre emozioni in base alle regole sociali presenti in un determinato contesto. Siamo abili ad aggiornare il nostro “sistema di rilascio emotivo” in relazione all’evoluzione del contesto e delle regole sociali che con il tempo emergono e si modificano. Fin da piccoli ci alleniamo a questo compito, sappiamo che non si piange in certe occasioni, sappiamo che quando si è invitati ad un compleanno si deve essere felici. Impariamo che per essere parte del gruppo ci dobbiamo adattare. Questo adattamento può essere un’esperienza vissuta in piena consapevolezza, attraverso un dialogo attivo e continuo tra il sé e l’esperienza sociale, oppure può essere automatico, privo del sentire e solo riprodotto nell’esperienza reale. Mettere in campo questo lavoro emotivo, secondo l’accezione della sociologa statunitense ArlieHochschild (1979), può essere faticoso ed avere anche un costo da un punto di vista energetico (le neuroscienze ci parlano di consumo di ossigeno e zucchero ad alta intensità). Se poi ci aggiungiamo anche il lavoro emozionale, ossia l’insieme di emozioni che sono insite nel nostro agire professionale, allora sì che la fatica comincia a farsi sentire!

Il lavoro emozionale esiste quando c’è un contratto di lavoro e siamo chiamati, oltre che a svolgere determinati compiti e mansioni, anche ad esprimere un insieme di colori emotivi che sono l’espressione visibile di come facciamo bene il nostro lavoro. Il datore di lavoro, che possiamo essere anche noi stessi quando lavoriamo in proprio, può sostenere questo processo facendoci partecipare a percorsi formativi ad hoc o percorsi di coaching e sviluppo personale per allenare la nostra regolazione emotiva rispetto alle aspettative organizzative e professionali. Ma chi ce lo fa fare? Le neuroscienze ci dicono che per il nostro cervello fare esperienza di esclusione sociale o solo immaginarla porta un vero e proprio stato di dolore e, come sappiamo, il nostro cervello non fa tanta distinzione tra dolore fisco e dolore sociale. Le emozioni, dunque, sono stati che evochiamo, aggiustiamo e, a volte, cerchiamo di acquisire attraverso un lavoro di sviluppo e crescita personale (i dati mostrano una crescente richiesta di libri e percorsi di auto-aiuto (Russell, 2015) per trasformare la nostra esperienza sociale nella migliore esperienza possibile. Senza dimenticare che quell’emozione è anche espressione del nostro valore economico riconosciuto dal contesto professionale di cui facciamo parte.

I coach, i trainer, i facilitatori sanno che il loro lavoro emozionale è importante per agire all’interno del contesto sociale in cui operano. Le aspettative sociali ci sono, sappiamo che è insito nel ruolo portare nelle sessioni di formazione e coaching emozioni di calma, fiducia, serenità, gioia, interesse[2]. Mantenere lo stato di presenza non per spegnere incendi, ma per costruire ponti di dialogo porta necessariamente anche questi professionisti a ricorrere ad un lavoro emozionale forte, come definito da A. Hochschild (1979). Il lavoro emozionale segue un suo processo, avviene e si esprime in modalità e momenti differenti: prima di essere coinvolti nell’interazione sociale, durante la performance e in maniera retrospettiva per osservare, valutare quello che è accaduto. Questi movimenti possono uscire dalla dinamica intrapsichica e coinvolgere l’altro, ad esempio preparandosi insieme al cliente prima dell’interazione, oppure richiedendo un feedback della sessione in modalità aperta o strutturata. Il lavoro emozionale co-creato insieme all’altro restituisce così informazioni, emozioni che ampliano il campo dell’osservazione.

E che dire delle aspettative di genere? Il lavoro emotivo ed emozionale riguarda anche questa prospettiva, il cliente ha aspettative diverse in base al genere del professionista ed al modo in cui quest’ultimo manifesta le emozioni. Ci si aspetta che le donne siano più premurose, dolci e gentili, mentre nel maschile è accolta e compresa una espressione emotiva anche più distaccata. Inserendo nel campo di osservazione anche la dinamica di genere possiamo affermare con ancor maggiore convinzione che le relazioni sociali sono ad alto livello di complessità e sistemiche, nella misura in cui è la relazione stessa a generare ogni volta un’interazione e una dinamica di dialogo unica.

Siamo, dunque, destinati ad un lavoro emotivo ed emozionale continuo, oppure c’è un momento in cui tutto si allinea, si entra in uno stato di flow dove non ci sono più confini tra esperienza emotiva privata e pubblica? Questa domanda ci invita a prestare attenzione, a metterci in osservazione a comprendere le nostre maschere, il lavoro emotivo ed emozionale che nelle nostre giornate compiamo. Quali sono le maschere che portiamo? Quanto le nostre maschere sociali (di Goffmaniana memoria (1997) sono in armonia con il nostro sé? Il modello di intelligenza emotiva di SixSeconds sostiene questo processo di osservazione. Vediamo come.

3. Un tentativo di integrazione micro-macro attraverso il modello di Intelligenza Emotiva di SixSeconds

Il modello SixSeconds di Intelligenza Emotiva (cfr. Fig. 1) è formato da tre macroaree (Self Awareness, Self Management e Self Direction) alimentate da 8 competenze, otto muscoli socio emotivi che tutti possediamo e possiamo allenare; tale modello è rappresentato da una struttura circolare che raffigura la dinamica di un processo che è in continuo movimento. Comprendere le emozioni (ovvero dare loro un nome), riconoscere i sentire emozionali (pattern ovvero schemi ricorrenti di reazione in risposta a stessi stimoli), utilizzare il pensiero sequenziale (valutare costi e benefici, anche in termini emotivi, delle nostre possibili decisioni), navigare le emozioni (accettarle, validarle, trasformarle con intenzione), trovare la motivazione intrinseca (attingendo all’energia propria delle emozioni), esercitare l’ottimismo (darsi quante più alternative possibili), far crescere l’empatia (verso di noi e verso gli altri) e perseguire obiettivi eccellenti (intesa come la migliore versione di noi, per noi stessi e per la società in cui viviamo): queste sono le 8 competenze socio emotive presenti nel modello SixSeconds (Freedman, 2018) per sostenere lo sviluppo dell’intelligenza socio-emotiva, ovvero la messa a sistema del dato razionale con quello emotivo al fine di prendere decisioni sempre più consapevoli, intenzionali, strategiche e sostenibili.

Figura 1 – Il modello di Intelligenza Emotiva di SixSeconds (cfr. italia.6seconds.org)

Tale modello, dalle molteplici applicazioni in ambito formativo, consulenziale e di coaching, fornisce suggestioni e domande stimolo preziosissime per supportare, sia a livello personale che professionale, l’esplorazione di quel continuum tra sé autentico e sé socialmente determinato che la sociologia ci ha così ben descritto, offrendo la possibilità di verificare ripetutamente in quale punto del continuum ci troviamo, acquisendo la consapevolezza necessaria a supporto di eventuali azioni di cambiamento.

La capacità di riconoscere e gestire le emozioni (proprie e degli altri), di connettersi con se stessi e collaborare con gli altri in modo empatico (Sennett, 2014) e di focalizzare ciò che per noi è realmente importante sono l’essenza del lavoro emotivo che gli individui possono compiere per intraprendere un viaggio di conoscenza ed esplorazione di sé in quanto esseri sociali. Se le maschere pesano, se averne tante è complicato, se il lavoro di regolazione emotiva è faticoso, intraprendere percorsi di consapevolezza personale può forse alleggerire il viaggio e rendere le scelte più autentiche. Sono nel posto giusto? Quello che faccio è in linea con la mia natura? Quale contributo voglio davvero dare al mondo? Domande alte ma fondamentali, utili a spegnere il pilota automatico, spesso guidato socialmente. Se il lavoro emotivo esiste, che sia un lavoro pieno di senso e responsabilità.

In virtù della sua straordinaria flessibilità, proponiamo dunque una lettura ed un utilizzo sociologico di questo strumento; il modello consente di riflettere, nessun consiglio, né indicazioni preconfezionate: è un mezzo per muoversi nella complessità, riducendo la complessità senza banalizzarla. Una bussola per navigare tra micro e macro, muovendosi con maggiore consapevolezza e intenzionalità, attraverso una pratica riflessiva che porti a rispondere, in autonomia o attraverso il supporto di un facilitatore, a domande potenti come queste[3]:

  • Comprendere le Emozioni: Quali emozioni provo più frequentemente nel mio contesto sociale? Quali chi mi sta attorno?
  • Riconoscere i Sentieri Emozionali: Gli schemi emozionali che ripropongo in maniera ricorrente e reattiva rispondono a logiche e bisogni personali o sociali?
  • Utilizzare il Pensiero Sequenziale: Quanto sto valutando l’impatto, in termini di costi e benefici, del “lavoro emozionale/emotivo” che sto attuando all’interno del mio contesto sociale?
  • Navigare le Emozioni: Quali emozioni posso liberamente esprimere? Cosa influenza la scelta dell’emozione da manifestare, evocare, valorizzare?
  • Trovare la Motivazione Intrinseca: Quanto sono guidato dalla mia personale energia emozionale oppure quanto, invece, sono condizionato da forme di ricompensa sociale?
  • Esercitare l’Ottimismo: Quali alternative ho al fine di contenere il mio “lavoro emozionale”, preservando la mia autenticità e, al contempo, senza impattare negativamente sul contesto?
  • Far Crescere l’Empatia: In che modo il condizionamento sociale influisce sulla mia capacità di aprirmi e connettermi all’altro, nel rispetto delle diversità? E di connettermi con i miei reali bisogni?
  • Perseguire Obiettivi Eccellenti: Nel contesto sociale, familiare, ecc., quanto il mio obiettivo nobile (chi voglio essere per me stesso e per il mondo) trova piena espressione e realizzazione?

Senza alcuna pretesa di esaustività nel trattare un argomento estremamente vasto e complesso, ma nell’intento di fornire potenti chiavi di lettura sociologiche, pratiche e dai molteplici utilizzi, non solo per gli addetti ai lavori ma anche per l’introspezione personale, desideriamo concludere con un’ultima domanda potente per chi ci legge: quale cambiamento ti piacerebbe attuare nel modo in cui utilizzi le tue maschere, socialmente ed emotivamente connotate?

Bibliografia

Cerulo M. (2018), Sociologia delle Emozioni, Il Mulino, Bologna.

Freedman J. (2018), Intelligenza Emotiva. Al Cuore della Performance, SixSeconds, Freedom.

Hochschild A. R. (1979), Emotion Work, Feeling Rules and Social Structure, in “American Journal of Sociology” 85, 3, pp. 551-575.

Goffman E. (1997), La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna.

Iagulli P. (2011), La Sociologia delle Emozioni. Una introduzione, FrancoAngeli, Milano.

Ingrassia D. (2018), Il cuore nella mente, ROI Edizioni, Macerata.

Iseppato I. (2021), Emozioni in Azienda: una prospettiva sociologica. Fondazione Marco Vigorelli (https://www.marcovigorelli.org/emozioni-in-azienda/, ultima consultazione 13 dicembre 2021)

Mead G.H. (2010), Mente, Sè e Società, Giunti Editore, Firenze (edizione originale 1934)

Russell A. (2015), Hochschild. Per amore o per denaro, Il Mulino, Bologna

Sennett R. (2014), Insieme, Feltrinelli, Milano.


[1]In questo contesto, utilizziamo sentimenti come sinonimo di emozioni, anche se i sentimenti si configurano come uno stato emotivo consolidato e ripetuto nel tempo, mentre le emozioni hanno una durata limitata (fisiologicamente, legata addirittura a pochissimi secondi).

[2]Cfr. Fiore delle emozioni di Plutchik (https://italia.6seconds.org/2020/10/la-ruota-delle-emozioni-di-plutchik/ ultima consultazione Febbraio 2022).

[3]Tale esercizio di pratica riflessiva è stato fatto sperimentare dalle autrici durante un webinar di cui è possibile rivedere gratuitamente la registrazione qui: https://youtu.be/D0l-o3H_4jU (ultima consultazione Febbraio 2022).


(*) PhD in Sociologia, è autrice di oltre 30 pubblicazioni, nazionali e internazionali, principalmente su temi relativi a sociologia, medicina narrativa, metodologia della ricerca sociale, marketing sociale. Attualmente è Communication Manager per SixSeconds Italia e Program Manager EQ Biz, la divisione corporate di SixSeconds Italia. Ilaria è certificata EQ Facilitator e Coach con credenziale ACC-ICF.

(**) socio ordinario dell’Associazione Italiana di Sociologia, Michela ha ricoperto il ruolo di professore a contratto di sociologia della comunicazione in ambito universitario. Oggi, facilita i processi di dialogo in organizzazioni pubbliche e private con gli strumenti dell’intelligenza emotiva ed i contributi della sociologia delle emozioni. È un coach accreditato International Coach Federation con credenziali PCC e certificata EQ Facilitator SxSeconds.

Il presente lavoro è frutto di una riflessione comune. Tuttavia, sono da attribuirsi a Ilaria Iseppato il paragrafo 1, a Michela Lupi il paragrafo 2, mentre il terzo paragrafo è stato scritto a due mani.

Lavoro emotivo, lavoro emozionale: una lettura sociologica delle emozioni

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