Intervista al Prof. Everardo MINARDI

Il Prof. Everardo Minardi

di Gianluca PISCITELLI

A due anni dalla costituzione di una rete che coinvolge i sociologi professionisti, accademici ed extra-accademici, gli altri professionisti del sociale – assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti, ecc. – o dei più diversi ambiti professionali come l’architettura e il mondo forense che riconoscono l’imprescindibilità della conoscenza sociologica per una piena consapevolezza dell’esercizio della propria attività lavorativa, sebbene non specificatamente sociologica; il Laboratorio di Sociologia Pratica, Applicata e Clinica (di seguito LAB-SPAC) continua a registrare il malessere di chi vorrebbe applicare le conoscenze acquisite durante la propria formazione universitaria e avviare una soddisfacente carriera lavorativa. Ma si trova sprovvisto di punti di riferimento istituzionali e metodologico-applicativi. Di esempi, ai quali ispirarsi. Occorre, pertanto, fare il punto della situazione mettendo in luce le criticità e le prospettive possibili nella convinzione che solo una chiara presa di posizione riguardo alla perdurante crisi della nostra disciplina, assieme ad una lettura attenta dei processi di cambiamento societario in corso, può contribuire ad evitare che l’omologazione culturale e l’appiattimento delle coscienze preludano ad una ben più grave crisi della democrazia e della qualità di vita delle persone. Ne parliamo con il Prof. Everardo Minardi, già docente di Sociologia generale e dello sviluppo, attualmente direttore scientifico del LAB-SPAC. 

GIANLUCA PISCITELLI: Prof. Minardi, perché parlare di una sociologia pratica, applicata, clinica? In cosa consiste, quale sono le sue finalità?

EVERARDO MINARDI: Quando affermiamo la necessità di affermare la rilevanza di una sociologia applicata, pratica e perciò clinica, intendiamo mettere in evidenza, come anche nella formazione universitaria- che è poco o nulla professionalizzante persino nei due anni del percorso magistrale – si insista molto sulle premesse e in contenuti teorici della sociologia, quasi per affermare che la sua consistenza come scienza sociale si basi sui contributi epistemologici e teorici dei sociologi padri della disciplina. Ma il riferimento ad essi tende ad affermare una nozione della disciplina come scienza che guarda alla società come corpo, organismo, sistema di strutture e di funzioni che regolano gli individui, non riconoscendo il loro ruolo nella costruzione delle relazioni sociali, nella genesi delle regole, delle istituzioni, delle organizzazioni della vita sociale.

Allorquando noi tendiamo a mettere in evidenza la matrice relazionale della vita sociale intendiamo esplicitare una vocazione della sociologia a riconoscere la dimensione dei mondi della vita da cui si generano relazioni, regole, significati, simboli, istituzioni che costruiscono le espressioni di una vita sociale che muta di continuo, generando sempre nuovi processi e nuovi fenomeni sociali. Quindi, la sociologia non è tanto la scienza di una società riconoscibile come corpo o sistema, ma è la condizione che rende possibile la conoscenza dei processi di cambiamento continuo che si generano dalle relazioni intersoggettive, dalle mutazioni delle regole, delle istituzioni e delle costruzioni sociali anche molto diverse tra loro, esprimendo processi dinamici e di trasformazione continua della vita sociale.

GP: Eppure sembra che si continui a fare sempre e solo teoria….

EM: Per questo diventa ancora più importante la dimensione metodologica di una sociologia che deve essere in grado di conoscere i processi di mutamento e di trasformazione continua che si generano all’interno delle relazioni sociali, superando la logica di riduzione dei fenomeni sociali ad oggetti identificati in quanto quantificabili, raffigurabili attraverso modelli, tipologie, che non riconoscono ciò che si esprime dentro ai diversi ambiti della vita sociale. La sociologia deve essere in grado di conoscere dall’interno ciò che si genera e si struttura nelle relazioni sociali (oggi sempre più si parla di sociologia narrativa), e di acquisire dall’interno dei processi di cambiamento sociale i criteri che conducano la conoscenza del sociale da una mera acquisizione di dati, ad un ricerca che si connette con l’azione che i soggetti elaborano e costruiscono all’interno dei processi di mutamento (facciamo riferimento in questo caso ai diversi approcci della action-research).

GP: Siamo d’accordo, ma è pur vero che nonostante contributi rilevanti e significativi in questo campo, la sociologia accademica si rivela ancora in ritardo rispetto ad una domanda di conoscenza del sociale, che non esclude il lavoro sociale ma lo richiede costantemente.

EM: Da ciò la necessità e l’urgenza della prospettiva di una sociologia applicata, pratica e clinica (incentrata sulle relazioni tra il micro e il macro sociale), che si renda corrispondente alle domande ed alle attese che si manifestano allorquando il giovane laureato in sociologia si affaccia sulle sponde sempre più difficile e confuse del mercato del lavoro.

Ora, però, bisogna subito puntualizzare un aspetto: il percorso di formazione della sociologia è diverso da quello della medicina, della psicologia, del servizio sociale, dell’educazione sociale, poiché non si relaziona con figure professionali già da tempo riconosciute e addirittura regolate anche normativamente all’esterno da leggi di riconoscimento ed all’interno dalle decisioni degli ordini professionali (o organismi diversi, ma riconducibili ai primi). Il percorso di formazione in sociologia non si mette ancora in relazione con profili professionali definiti e corrispondenti a quanto si manifesta nella organizzazione sociale.

Nonostante l’articolazione dei tre anni di formazione di base e dei due anni di formazione specialistica, non si individuano ancora con chiarezza i profili professionali a cui si vuole tendere; quindi spesso i due anni ‘magistrali’ continuano ad essere troppo generici, non professionalizzanti rispetto agli sbocchi che comunque sul mercato del lavoro possono essere già identificabili.Da ciò deriva il deficit di conoscenze, competenze e abilità professionalizzanti che rende debole la figura del sociologo all’uscita dalla università; ciò in quanto risulta ancora carente l’individuazione degli ambiti e dei settori in cui vanno a collocarsi i laureati in sociologia. Infatti, questi non trovano una collocazione lavorativa e professionale da sociologi, ma in quanto svolgono dentro le istituzioni, le organizzazioni, le imprese in cui si collocano un mix di compiti ed attività che non sono ascrivibili di per sé ad un solo profilo professionale. Quindi, bisogna colmare il deficit nei percorsi della formazione universitaria, allo stato attuale con troppo deboli capacità professionalizzanti e il deficit di individuazione dei profili professionali a cui la formazione sociologica di base conduce, anche in concorrenza con figure che provengono dall’area giuridica, economica, manageriale, o comunque umanistica.

GP: Non possiamo, però, non riconoscere che, per colmare il deficit di cui parla, le tante associazioni professionali dei sociologi potrebbero svolgere un ruolo importante

EM: Ci sono, al di là della associazione nazionale dei sociologi accademici (l’AIS, Associazione Italiana di Sociologia, N.d.R.) e di altre formazioni collegate, anche in numero eccessivo, associazioni di sociologi occupati e non occupati che operano in maniera insistente, ma senza significativi risultati per il riconoscimento normativa della figura professionale del sociologo. Tali associazioni, perseguendo l’obiettivo di un riconoscimento normativo di tale figura, non contribuiscono ad individuare i diversi profili, per dirla in termini più semplici, le etichette che istituzioni pubbliche, organizzazioni private, organismi di terzo settore attribuiscono ai sociologi reclutati per l’esercizio di compiti e funzioni anche di riconosciuto prestigio sociale (ci sono tra i giornalisti sociologi che esplicano le loro attività in termini originali e distintivi rispetto a giornalisti di altra formazione).

Occorre perciò partire dai sociologi che hanno etichette diverse per individuare i profili professionali a cui fare riferimento e su cui investire per affermare la loro identità, e per far capire le grandi potenzialità nei fatti che sono riconducibili alla formazione ed alla figura del sociologo. A tal fine, l’insieme dei sociologi accademici ed extra-accademici che anima il LAB-SPAC si è dato l’obiettivo di dare voce a chi non ha voce; rendere riconoscibili i sociologi che lavorano sul campo (dai servizi sociali, al giornalismo, etc.) per individuare le loro domande di formazione finalizzata e per comprendere come con il loro lavoro sul campo – On the Road, per echeggiare il titolo di una nostra importante collana –  diano origine ad una conoscenza del sociale che non si origina da altra fonte.

In questa prospettiva, oltre al LAB-SPAC abbiamo dato origine al sito web www.sociologiaclinica.it, a cui si aggiungono la pagina Facebook di sociologia clinica (Sociologia clinica. Come fare cambiamento sociale, N.d.R) e due collane di testi prodotti dai sociologi che lavorano nei diversi contesti del lavoro sociale e che sono, nella loro versione digitale e-book, scaricabili in parte gratuitamente dal sito www.homelessbook.it.

Va precisato, però, che non siamo un’associazione – quindi, non c’è nulla da pagare per aderire! – non siamo un’organizzazione, ma vogliamo realizzare una rete di relazioni, di dialogo, di confronto tra sociologi che, pur lavorando con etichette diverse, hanno una vocazione comune: il lavoro nel sociale per il cambiamento nel sociale, per il benessere delle persone e delle comunità.

GP: Le difficoltà che il sociologo incontra, nel tentare di conseguire una sua stabile collocazione professionale, sono ormai tante, troppe. In redazione ci giungono le molte testimonianze di chi, magari, ha concluso la triennale e ha poi continuato con la magistrale, sperando che gli si aprissero maggiori sbocchi lavorativi. Ma spesso, troppo spesso, così non è…C’è chi, pur avendo un ottimo curriculum formativo accademico non ha mai lavorato come sociologo. Chi, dopo varie esperienze lavorative, ha mollato tutto per non perdere l’opportunità quanto meno di farsi una famiglia. Altri, però, insistono – come una nostra iscritta al LAB-SPAC – assecondando l’intenzione di avviare un’attività consulenziale in materia di relazione madre-figlio, tra partner affettivi, ecc….ma anche il conseguimento della laurea magistrale non glielo permette perché la formazione è troppo generica. E, così, si finisce per frequentare altri corsi con l’incertezza che, una volta conseguito l’attestato, ci si ritrovi nuovamente bloccati dai limiti imposti dagli Ordini professionali che rappresentano gli interessi di altri lavoratori del sociale. Sono tanti i laureati in sociologia, ad esempio, che pensano al counselling come possibile sbocco professionale; ma, questi stessi non sono supportati da nessuna organizzazione di rappresentanza volenterosa di riprendere le sorti di una battaglia al momento vinta dagli psicologi. La stessa mediazione, frutto della creatività del sociologo e giurista Eckhoff, sembra appannaggio di altre professioni tranne quella sociologica, in Italia. Siamo poco tutelati e poco riconosciuti come figura professionale sebbene la cura delle relazioni interpersonali sia anche un nostro ambito di competenza e non solo degli psicologi o altri, protetti dai rispettivi Ordini professionali. Pertanto, perché le Facoltà di Sociologia continuano a laureare ragazzi che non troveranno mai un lavoro, a meno che non si adattino a far tutt’altro che i sociologi?

E.M: Premetto che non è facile rispondere a queste tue riflessioni, ma ci provo. In primo luogo, occorre sottolineare l’inadeguatezza dei corsi di laurea universitari in ambito sociologico e soprattutto di quelli magistrali che dovrebbero essere professionalizzanti e, di fatto, non lo sono. Tutto ciò deriva dal fatto che all’origine i corsi di laurea in sociologia – il mio era laurea in scienze politiche ad indirizzo politico sociale – intendevano differenziarsi dai corsi di laurea in filosofia da un lato e dai corsi di laurea in medicina da cui ci si laureava anche in psichiatria. Gli psichiatri erano necessariamente medici; mentre chi si laureava in pedagogia non era di per sé educatore, perché la figura ancora non c’era; inoltre, l’assistente sociale proveniva non da corsi universitari, ma para universitari.

Poi c’era chi voleva diventare psicologo e frequentava i corsi di laurea in psicologia – spesso afferenti alla stessa facoltà dei corsi di laurea in sociologia, quella di Magistero – e chi voleva fare l’educatore frequentava i corsi di laurea in Pedagogia, ora Scienze dell’Educazione (e della Formazione). Gli psicologi, poi, hanno optato per un ripiegamento verso il paradigma clinico di tipo medico e così, con l’educatore e l’assistente sociale hanno proseguito il proprio sviluppo professionale avendo alla base il riconoscimento di un lungo percorso, anche se molto differenziato. Lo psicologo oggi è parificato al medico, l’educatore all’insegnante, l’assistente sociale al responsabile di un servizio sociale comunale o di altro ente – una figura parificata a quelle amministrative, preposto al controllo e alla regolazione sociale e non a molto altro.

Nel tempo, lo psicologo ha adottato diversi profili con etichette diverse che ne hanno consentito il superamento dei deficit dovuti al fatto di non essere realmente un medico. All’educatore sono stati attribuiti compiti e profili di azione non riconducibili a quelli dell’insegnante; difatti, in un carcere o in un’altra struttura di inclusione sociale non ci sono insegnanti ma educatori professionali. L’assistente sociale, infine, per non ridursi a figura meramente amministrativa, si è caricato di diversi lineamenti professionali che lo identificano come figura idonea ad intervenire anche in situazioni problematiche di un sociale sempre meno generico e sempre più carico di domande proveniente da una società che è cambiata, che è diventata multietnica e multiculturale. Perciò, il servizio sociale è cambiato, si è specializzato in profili professionali che vanno al di là della formazione di base.

Su questo sfondo, il laureato in sociologia non ha visto attivarsi intorno e dentro di sé tali storie, poiché la prevalente formazione intellettuale – di matrice umanistica – non ha contribuito a delineare ambiti, percorsi e quindi profili applicativi capaci di delineare la sua professionalità.  Una professionalità che si è continuato a raffigurare come unica e compatta, perché il modello di riferimento era quello universitario: prima di tutto si diventa ricercatore, poi docente nelle sue diverse fasce. E, tutto ciò, sebbene non siano mancati eccellenti esempi di sociologi che si sono distinti nel campo dell’organizzazione e della creazione di servizi alla persona, ideando metodologie e tecniche maturate poi esclusivamente sulla base del ricorsivo esercizio di riflessività sulla propria attività lavorativa e i relativi risultati conseguiti.

Occorre riconoscere che, nella realtà pratica, il fare ricerca se è cosa utile e necessaria, non è per nulla sufficiente per delineare un profilo professionale. La ricerca, quella che si vuole scientifica, si fa all’università o in specializzate strutture pubbliche o riconosciute dallo Stato. Ne consegue che il laureato in sociologia, definito di per sé sociologo, giustamente si chiede: che cosa vado a fare sul campo? E scopre che la sua formazione di base è rimasta generale e generica. Quindi si muove cercando, in un campo generale/generico, ambiti e attività che possono fargli riconoscere la sua formazione di base. Ma imprese piccole e grandi, istituzioni pubbliche locali, regionali e nazionali, organizzazioni sociali non cercano il sociologo, ma un soggetto capace di rispondere alle loro attese al fine di perseguire gli obiettivi che sono loro propri, e che non sono denominate come attività del sociologo.

Quindi, anche se il sociologo solo in pochi casi si da un viso, un volto, un’immagine, un’etichetta – la label – in qualche modo corrispondente a quanto si attende l’entità richiedente, ciò che diventa decisivo è l’etichetta che tale ente, imprese, organizzazione attribuisce ai compiti e alle attività di chi può andare ad occupare il posto messo a concorso o altro. E quindi il sociologo non è più tale, bensì è da qui che parte una lunga serie di etichette che gli vengano attribuite. A tal riguardo, mi viene da pensare a quanto accaduto di recente con una cooperativa sociale, di grosse proporzioni e fatturato, che cerca un dirigente qualificato come manager sociale, ed uno dei requisiti è l’essere laureato in sociologia o in management sociale.

GP: In conclusione, quali sono le principali sfide che il sociologo extra-accademico deve saper cogliere per favorire il suo sviluppo professionale?

EM: In realtà poiché continuiamo a pensare al profilo professionale del sociologo come tale, non abbiamo ancora composto la lista dei label che vengono attribuiti al laureato in sociologia che si presenta per accedere a posti anche di responsabilità e di forte riconoscimento sociale presso enti, istituzioni ed organizzazioni anche ampiamente riconosciute come affidabili e di qualità.

Quindi, il compito che abbiamo è di comporre tale elenco di profili pratici in cui il laureato in sociologia si trova collocato – anche stabilmente e con soddisfazione – con il compito primario di dare le necessarie indicazioni di contenuto ai corsi laurea magistrale affinché diventino specificamente professionalizzanti. Ed è un lavoro che cerchiamo di fare, poiché noi ci poniamo in una posizione di attenzione alle diverse soluzioni che la sociologia deve adottare, in quanto sapere applicato, pratico e clinico (incentrato sulle relazioni micro-macro sociali).

In realtà è quanto stiamo già cercando di fare, provocando una discreta attenzione da parte dei sociologi che lavorano sul campo con i testi che pubblichiamo nella collana On the Road; e, con un approccio di sociologia clinica con i Quaderni di sociologia clinica. Ma, per fare tutto questo, abbiamo bisogno di tutti i sociologi anche quelli in cerca di occupazione. Anzi, sono proprio questi ad aver bisogno di mettersi in rete con i tanti sociologi in fieri, o che hanno raggiunto la conclusione degli studi e si preparano ad accedere ad un mercato del lavoro molto vario, incerto e in via ulteriore differenziazione.

Fare rete, sviluppare la rete per costruire una professionalità del sociologo non da un ordine professionale che non c’è e non ci sarà, ma da quanto i sociologi saranno in grado di realizzare nei diversi contesti in cui operano e in cui rafforzano e sviluppano un sapere che non si traduce in solo scienza, ma in cambiamento sociale, in miglioramento (empowerment e enlargement) delle condizioni di vita e di benessere sociale per le persone, le comunità, i territori dove si affrontano i più seri problemi sociali di una società che sempre meno riconosce se stessa.

QUALE SOCIOLOGIA, QUALE PROFESSIONE?

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