un programma di

Radio Onda d`Urto

a cura di Giuseppe RICCA e Paolo PATUELLI

Charles Writh Mills ci invita a vedere sociologicamente la realtà.

Come? Attraverso l’immaginazione sociologica, valutando il grande contesto dei fatti nei suoi riflessi sulla vita interiore e sul comportamento esteriore di tutta una serie di categorie umane. Questo, permette di capire perché, nel caos dell’esperienza quotidiana, gli individui si formino un’idea falsa della loro posizione sociale. L’immaginazione sociologica offre la possibilità di districare, in questo caos, le grandi linee, l’ordito della società moderna, e di seguire su di esso la trama psicologica di tutta una gamma di uomini e di donne. Riconduce in tal modo il disagio personale dei singoli a turba-menti oggettivi della società e trasforma la pubblica indifferenza in interesse per i problemi pubblici.

Alcuni network di sociologia sollecitano i propri aderenti a produrre riflessioni sullo scivolamento in atto della pandemia verso il suo divenire sindemia. A dirci che cosa sia una sindemia recentemente è stato il direttore della rivista scientifica Lancet, Richard Horton, le cui affermazioni sono riportate in un articolo di Edmondo Peralta sulla rivista on-line Il Periodista. Riassumendo quanto scritto, si parla di sindemia quando si è in presenza di “una relazione tra più malattie e condizioni ambientali o socio-economiche. L’interagire tra queste patologie e situazioni rafforza e aggrava ciascuna di esse.”

Giuseppe Ricca

Si tratta di qualcosa di più di quella che in gergo medico viene chiamata comorbilità, ovvero della compresenza di patologie che genera un quadro clinico infausto. Quel qualcosa in più che interviene è, come detto sopra, la concomitanza di una comorbilità (in questo caso Covid 19 con malattie croniche non trasmissibile come: diabete, obesità, malattie cardio vascolari e respiratori) e di condizioni socio-economiche e ambientali che aumentano la pericolosità di tale comorbilità. Le soluzioni per uscire da una sindemia, per forza di cose, prevedono interventi ad ampio raggio, cambi di paradigma che segnino una differenza reale per le fasce più esposte della popolazione (interventi a 360° su condizioni ambientali, socio-economiche e sanitarie).

Questo in sintesi è quanto definisce il passaggio in atto dalla pandemia alla sindemia, secondo Lancet (e non solo).

Detto questo, cosa può dire e cosa può fare la sociologia in un tempo di sindemia?

Un versante teorico sociologico ci suggerisce di recuperare la dimensione micro-sociale, riconoscendola “come spazio di ricerca e intervento, senza entrare nelle pratiche proprie di psicologi e psicoterapeuti” attraverso il paradigma epistemologico della sociologia clinica, ovvero: partire nell’analisi e nell’intervento dal locale (individuale?), per avvicinarsi gradualmente al globale. Un approccio pratico di confronto sul territorio per produrre diagnosi sociale rispetto all’individuazione di nuove prassi da agire al di fuori dell’intervento istituzionale, pubblico. Una costruzione dal basso di un welfare di prossimità che parta dal mutuo-aiuto, dalla reciprocità, perché tutti ormai siamo coinvolti dentro il processo sindemico in atto e la risposta dalle istituzioni è scarsa, insufficiente.

Paolo Patuelli

In buona sostanza si potrebbe aderire a questa proposta di azione dal basso, in linea con quanto sostiene eticamente una sociologia che vuole proporsi come pratica sul campo. Ma per agire in questo senso occorre affrontare un passaggio ulteriore: non avere paura di eccedere dai propri spazi di competenza, sconfinando in campi che, sindemicamente, sono stati disegnati da interessi di chi da sempre si ritiene immune da qualsiasi cambio di paradigma, aggrappandosi in un modo che ora in modo più chiaro si rivela essere imbarazzante, alla supposta esclusività del proprio intervento professionale. In altri termini un esercito di professionisti schierati in difesa dell’ordine, quando è il caos che avanza.

Riportare l’immaginazione sociologica al centro delle ricerche, delle analisi micro e macro sociologiche, nei progetti sociali, nel sapere delle accademie, nel comprendere della formazione, nel fare di un’impronta sociologicamente determinata;

Ripartire dall’immaginazione sociologica, dentro il conflitto che la sindemia ci obbliga perché è nel caos che trionfano egoismi, partiture individualistiche, sovranismi, ed è qui che necessariamente si inserisce l’analisi: ascoltare la parola dei conflitti, delle precarietà, delle diseguaglianze, delle rotture di legame sociale, sottoposto allo stritolamento di corpi e di vite.

In questo contenitore, con i nostri ospiti, indagheremo il sapere e il fare della sociologia, analizzeremo il punto, oggi, di come il fare, sociologicamente determinato, sia produttore di istanze non solo come mera affermazione del presente, ma come capacità di essere vettore di processi radicali di trasformazione dello stato di cose presenti. Per fare questo ci confronteremo anche con il sapere della sociologia e del suo atto di trasmissione, consci del fatto che il legame sociale si costituisce attraverso la struttura del godimento, così secondo Lacan.

Perchè siamo i fantasmi, del fantasma d’Europa

Che di carne e di sangue ne ha conservata poca.

E dice con sospiro, come un basso profondo

Unitevi di nuovo zombie di tutto il mondo.

(G. Manfredi, Zombie di tutto il mondo, unitevi!)

Nella prima puntata abbiamo introdotto l’argomento con gli interventi dei nostri autori e conduttori Giuseppe Ricca e Paolo PatuelliAscolta

Nella seconda puntata abbiamo intervistato il prof. Everardo Minardi, professore ordinario di sociologia generale presso la Facoltà di scienze politiche della Università di Teramo. Ascolta

Nella terza puntata Anna Simone, ricercatrice in sociologia giuridica della devianza e del mutamento all’Università di Roma 3. Ascolta

Nella quarta puntata Gianluca Piscitelli, ricercatore di politiche sociali per lo sviluppo locale e coordinatore del laboratori di sociologia pratica, applicata e clinicaAscolta

SINDEMIA E IMMAGINARIO SOCIALE. Ripartire dall’immaginazione sociologica

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