Una breve riflessione

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di Doriana DORO (*)

Le periferie, nelle aree territoriali più fragili, sono sempre più isolate con problemi esasperati dalla pandemia. Il problema delle periferie urbane non è solo la distanza dal centro, anzi: alcune ricerche sociologiche, molto recenti, parlano di centri urbani diventati ‘periferia’ mettendo così in evidenza un impoverimento drammatico in quelle che erano già situazioni difficilissime.
Il virus ha reso più gravi i problemi preesistenti.
Ai margini oggi troviamo tante disparità – di reddito, di cultura, di opportunità di lavoro, di presenza e qualità di servizi – che determinano un’accentuazione della vulnerabilità sociale caratteristica di chi vive una situazione di incertezza socio-economica. Assistiamo allo slittamento del termine PERIFERIA a quello di PERIFERICITA’ utile ad indicare e denunciare l’insieme di processi di segregazione economica (mancanza di lavoro e di una casa che la pandemia ha esasperato), culturale e sociale molto differenti da una realtà vissuta, invece, in un passato non tanto lontano e caratterizzato dalla presenza di luoghi fertili di lavoro, con una pervasività della produzione industriale che si estendeva nelle vive relazioni sociali familiari ed extra-familiari .
Una segregazione ad ampio raggio, oggi, all’opposto rende marginali alcune parti della città in contrapposizione a dinamiche proprie dell’ambiente urbano. La pandemia ha intensificato le condizioni di perifericità, disagio, povertà ed esclusione sociale che vivono molti quartieri. Tutte queste sono delle condizioni che rendono necessarie la formulazione di ‘ipotesi di progettazione socio-territoriale’ in presenza di esperti, attori istituzionali ed economici, stakeholders, ecc., al fine di giungere ad una rigenerazione urbana. Rigenerazione da interpretarsi in termini di rinascita di aree urbane, un tempo vive perché oggetto di allocazione di importanti complessi industriali ed abitativi pullulanti di vita (cfr. di Alisa Del Re “Il lavoro cambia le città”, in Ingenere, 26.05.2016).

Alcune analisi sociologiche evidenziano che anche le zone più centrali delle città vivono delle sofferenze di PERIFERICITA’. Si può parlare, in quest’ottica, di FRAGILITA’ TERRITORIALI, includendo, in questi contesti, i caratteri, le geografie, le politiche sociali e del territorio in atto dopo il Coronavirus.

La pandemia, con l’isolamento sociale, ha reso molto più evidente il carattere di PERIFERICITA’ anche in termini relazionali, i rapporti micro, face to face, delle periferie – già territori fragili di esclusione – ed ha accentuato il disorientamento dell’essere umano, ancora più stridente in aree oggi forse irrimediabilmente degradate. Le voci di autorevoli studiosi – sociologi, urbanisti, economisti, architetti e politici (v. dell’architetto Renzo Piano, “Vorrei periferie felici, non demolitele” in Corriere della Sera, 29 marzo 2016) – si sono levate al fine di promuovere delle idee per una ricostruzione. Ricostruzione intesa in termini di rigenerazione e di trasformazione per non radere al suolo quartieri considerati, ormai, invivibili ed ingestibili.

Sappiamo che gli indicatori Istat possono misurare quanto ogni territorio sia vulnerabile, partendo dalla condizione sociale ed abitativa di chi ci vive (si veda, ad esempio, dell’ISTAT, la pubblicazione dal titolo Materiali per la Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie). Emerge, così, che le condizioni dei poveri peggiorano sempre più; ‘vecchi’ poveri accanto ai quali ora assistiamo alla comparsa dei nuovi poveri, ossia persone che vivevano in
quartieri più dotati di infrastrutture e di risorse, che magari erano anche occupati, ma che sono rimasti vittime della crisi economica provocata dalla pandemia.

I ‘nuovi poveri’ sono entrati a far parte delle periferie sociali ossia, come poc’anzi accennavamo, aree soggette a vulnerabilità sociale. Le politiche pubbliche, a tal riguardo, devono valutare gli impatti della pandemia nelle economie, nella società, nelle culture e dare indicazioni su come intervenire.

Una dimensione nella quale il ‘gap ‘ è rilevante, tra aree più ricche ed aree periferiche o di perifericità, marginali, è quella dell’istruzione.

Sappiamo che un minore è soggetto a povertà educativa quando il suo diritto ad apprendere, formarsi, sviluppare delle capacità e delle competenze – ovvero, a coltivare le proprie aspirazioni e i propri talenti – è precluso o seriamente compromesso. Come è stato già autorevolmente osservato dalla Fondazione Zancan, “la lotta alla povertà educativa è una grande sfida che chiede di dare a ciascun bambino l’opportunità di sviluppare al meglio il proprio potenziale. Ma cosa intendere per povertà educativa? (…) Non si tratta di definirla semplicemente in negativo come ‘mancanza di qualcosa’ (ossia, scarpe, libri, strumenti musicali, giochi, …)”. Perché, ” se il problema fosse il ‘riempire vuoti e mancanze’, i trasferimenti economici degli ultimi anni sarebbero già bastati, nonostante le scarse risorse che il nostro Paese destina agli interventi per famiglia e istruzione. La povertà educativa non è soltanto un problema di reddito. Si lega al contesto sociale, culturale, relazionale che il bambino sperimenta fin dai primi anni di vita. Si associa a componenti di disagio che riguardano anche la salute, le capacità cognitive, le relazioni, i valori e la spiritualità. (…)”. E’ necessario, pertanto, “lottare efficacemente contro la povertà, con azioni capaci di garantire ricchezza educativa fin dai primi anni di vita“ (Povertà educativa, effetti delle pratiche di welfare generativo, Centro Studi Zancan, si vedano le risorse disponibili on line).

Con l’attuale PNRR si sta cercando di valutare:
– l’impatto del disagio abitativo sulle famiglie al Sud e non solo, la variabile cruciale della qualità abitativa a disposizione delle famiglie che incide fortemente sulla condizione di bambini e ragazzi;
– quanto sono presenti i servizi essenziali nelle case delle famiglie;
– la presenza e la possibilità di costruire nuovi nidi per la primissima infanzia nei territori più fragili;
– l’ammodernamento degli istituti scolastici, già previsto nel Bilancio 2021-2023;
– la presenza e la possibilità, anche qui, di costruire nuove strutture sportive;
– la presenza di attività ludiche e ricreative e di centri di aggregazione sociale per i minori ed i giovani;
– l’impatto dell’esclusione e della povertà educativa sul disagio giovanile; – l’elaborazione di politiche dirette ed indirette già attuate da soggetti istituzionali per cercare di risolvere le criticità presenti e ridurre disuguaglianze sempre più forti in un contesto di rinascita e di rigenerazione sociale.

Non resta che augurarci che i tentativi di avviare un cambiamento migliorativo, da parte dell’attuale compagine governativa, siano all’altezza delle legittime aspettative.


(*), Sociologa, Vicepresidente ANS (Associazione Nazionale Sociologi) Piemonte

La vulnerabilità sociale: tra periferie, fragilità territoriali e povertà educativa