di Remo Siza

“ (…) In Italia, gli anni Cinquanta sono stati quelli nei quali la sociologia ha intessuto dei rapporti profondi con il mondo dell’impresa e con gli enti locali e i nuovi ambiti applicativi hanno orientato l’accumulo delle conoscenze, hanno creato nuove risorse interpretative, specializzazioni omogenee agli interessi conoscitivi che emergevano nella pratica. Ma già sul finire del decennio tale disponibilità si allenta, la sociologia s’interroga sulla sua identità disciplinare, ridefinisce il significato della sua presenza sociale. Il coinvolgimento e l’impegno del ricercatore sociale entrano in crisi per l’emergere di una pluralità di fattori, in buona parte esterni allo sviluppo della disciplina: l’irrilevanza dei risultati delle ricerche nei momenti decisionali, l’uso ideologico del tecnico e della ricerca e, più in generale, la crisi dello slancio riformistico e della prospettiva tecnocratica e razionalizzante e la perdita di capacità d’influenza della classe dirigente più illuminata. Nel corso degli anni Sessanta la sociologia incomincia ad interrogarsi profondamente sulla sua identità disciplinare, ridefinisce il significato della sua presenza sociale. Cambiano i luoghi dell’attività sociologica e inevitabilmente le modalità privilegiate per esprimerla, non più la fabbrica, la comunità, la partecipazione. I confini del lavoro sociologico appaiono a questo punto chiari e spazialmente definiti: l’organizzazione universitaria, l’insegnamento, la ricerca teorica e sui grandi aggregati (…)”.

QSC 5 – TRA COINVOLGIMENTO E DISTACCO. GLI OSCILLANTI SVILUPPI APPLICATIVI DELLA SOCIOLOGIA